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Dalle tende alla (ex) caserma: il caso casa da Bologna su cui riflettere

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Qualche settimana fa, nel pieno dell’ondata di tende che spuntavano come funghi per dar voce e forma al problema del caro affitti per gli studenti universitari, in tv un parlamentare provava a ragionarci con una premessa: “Prevedo altri quattro-cinque giorni di dibattito poi le curve ultrà”, dei commentatori pro e contro, “si stancheranno e -con un occhio al sondaggio del lunedì- passeranno al prossimo argomento”.

E infatti… Anche perché l’argomento successivo ha letteralmente travolto tutto: il maltempo e l’alluvione dell’Emilia-Romagna con il suo carico di disastri. E un ‘ribaltamento’ del ruolo dei giovani: gli stessi che protestavano con le tende sono i molti che sono andati a spalare fango. Ma questa è un’altra storia. Che fine ha fatto il caro affitti, che si era preso di forza la ribalta della scena? Se ne è parlato ancora, ovviamente; l’altro ieri in Parlamento si sono discusse mozioni dopo che il Governo aveva lanciato una serie di segnali e di promesse; è arrivato anche un decreto sugli affitti brevi, quelli turistici. Il tema è, in un certo senso, rimasto ‘lì’: ma in mezzo al guado. C’è però un antefatto che forse merita di essere ripescato. In una cronaca incessante dove lo spazio di una notizia ha ormai la vita brevissima di una storia sui social, ci sono forse posti e luoghi che hanno un valore simbolico e comunicativo che ‘dura’, compensa e aiuta a riflettere, a non farsi imporre l’agenda dall’emergenza e dall’urgenza perenni che rendono le emergenze di poco prima urgenze del trapassato remoto.

IL CASO (DA STUDIARE) DELLA EX CASERMA MASINI DI BOLOGNA Tra il prima e il dopo l’alluvione un posto così è a Bologna: un’ex caserma -la Masini- che il 28 aprile è stata occupata “a scopo abitativo” da persone, tra cui migranti, che “lavorano a tempo determinato o indeterminato in diversi settori, con una base di reddito a volte non bastevole a sostenere il costo esagerato di un affitto a Bologna”, sempre che si trovi chi è disposto ad affittare. Quell’occupazione è ancora lì, forse anche perché di mezzo ci si è messa l’emergenza alluvione: sono passati 33 giorni e domani chi ci ‘vive’ organizza una “festa della res pubblica” per ribadire che quello spazio (che si è deciso di intitolare alla partigiana Irma Bandiera) dovrebbe tornare ad essere "davvero un bene comune" della città. Non è l’unica occupazione in città e anzi, recentissima è la fine di un’esperienza simile (lo sgombero di ‘Vivaia’), e a maggior ragione quella della ex caserma Masini assume una valenza simbolica. Perchè non è come le altre occupazioni: quello spazio era già stato occupato ed è stato sgomberato l’8 agosto del 2017: da allora, nonostante progetti e promesse per non lasciare decadere e vuoti gli spazi, non è successo niente. E quindi un primo tema sarebbe: si vada a vedere come è andata a finire la storia post sgombero, a toccare con mano l’enorme quantità di spazi rimasti vuoti eppure potenzialmente belli e capaci di ispirare voglia di rivitalizzarli; provare, per rendersi conto di cosa resta ‘sospeso’, apparentemente senza un perché.

"È IMPENSABILE CHE QUESTO POSTO RIMANGA CHIUSO, MURATO, SENZA FARCI UN LAVORO CHE SIA UNO" Cassa Depositi e Prestiti, nel cui patrimonio rientra la caserma, dice che “la finalità è una valorizzazione urbanistica volta a restituire alla città beni e spazi da tempo dismessi che potranno ospitare nuove funzioni sia private che di interesse pubblico”; parole simili a quelle sentite nel 2017. E ci sta: interessamenti forse ci sono, ma non sono cose che si chiudono in poco tempo. Comprensibile. Intanto però, tutto resta vuoto, fermo e gli studenti mettono le tende; e chi non ha casa dice: “è impensabile che questo posto rimanga chiuso, murato senza farci un lavoro che sia uno, né un progetto”. Secondo aspetto di interesse simbolico: se inizialmente il Comune ha ribadito che “occupare non è la strada”, il sindaco Matteo Lepore ha rilevato che “sta cominciando a diventare un problema per la nostra comunità avere immobili non salvaguardati e non tutelati”; e siccome su quella caserma “nulla di sta muovendo”, Cdp dovrebbe “dare risposte alle città”. Persino il centrodestra, pur inflessibile nel suo ‘no’ alle occupazioni, sulle ex caserme ha detto che qualcosa si può (e deve) fare. “Grazie al Governo Meloni le caserme possono essere valorizzate. Lepore lo faccia”. Per altre due si sono fatti progetti che da poco ne annunciano il percorso di rinascita a fini sociali e utili, ma ci vuol tempo. Altrove si parte; ma la Masini: verrà sgomberata? Qui, proprio qui, il dibattito delle curve ultrà potrebbe andare oltre il rito delle schermaglie.

LA 'EXIT STRATEGY' DEGLI USI TEMPORANEI Da alcuni giorni peraltro fa capolino l’espressione “usi temporanei”: che vuol dire l’ok a ‘usare’ in qualche modo uno spazio in maniera ‘utile’ in attesa che chi ha il potere di attuare la ”valorizzazione urbanistica volta a restituire alla città beni e spazi” passi alle vie di fatto; li chiedono gli occupanti, se ne sussurra nei corridoi della politica. Così se Firenze vieta gli affitti turistici brevi nell'area Unesco. (quelli nuovi, non i vecchi e già attivi: stop dall'1 giugno), a Bologna sarebbe simbolico tentare qualcosa di nuovo proprio su una ex caserma occupata, sgomberata e lasciata vuota per cinque anni -mentre ciclicamente il dibattito sull’emergenza casa tornava a imporsi; una via diversa alla via breve dell’ennesimo sgombero con annesso ring della dichiarazia. Salvo poi ritrovarsi, a settembre, con studenti universitari che arrivano e non trovano casa o la trovano ad affitti impossibili. Inoltre, l’alluvione non ha reso più evidente il dramma di chi si vede portare via tutto, di chi non ha più casa e di come si trovino modi ingegnosi e apprezzati di rimediare a questo stato di cose? Chi ha reddito ma non trova una cosa non vive forse una fatica e una angoscia simili? Proprio all’ex caserma tra l’altro si organizzano raccolte di beni per gli alluvionati. Ma che fine farà quello spazio? Il 2 giugno ne discute un'assemblea pubblica. Cdp assicura “massima collaborazione con le Istituzioni e assoluta attenzione al dialogo con il territorio”. E se stavolta si trovasse il modo di non fare un dibattito di “quattro-cinque giorni” per poi passare al prossimo argomento? Proprio perché quello spazio ha una storia diversa dalle altre potrebbe diventare l’inizio simbolico-concreto per sperimentare una nuova storia da raccontare -in risposta a un bisogno di casa- che si misura con soluzioni forse umili, magari precarie e temporanee, ma che provano a risolvere senza chiudere a chiave in attesa dell’urgenza del prossimo dibattito.



Questo è un lancio di agenzia pubblicato il 01-06-2023 alle 19:15 sul giornale del 03 giugno 2023 - 30 letture