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Uno Bianca, l’esposto: “Era terrorismo, con complici nei Carabinieri”

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BOLOGNA - Per i delitti della Uno Bianca erano state arrestate 58 persone innocenti, dopo processi diversi, grazie a depistaggi costruiti abilmente.

Li costruirono i fratelli Savi con l'aiuto di un pezzo di Stato deviato, “in cui avevano qualche complice, che dava loro manforte. Ci sono delle responsabilità annidate nei Carabinieri, in questa vicenda, compresi gli episodi in cui i Carabinieri sono assassinati: Castel Maggiore e il Pilastro”.

E l'ex brigadiere Domenico Macauda, che venne accusato di concorso nell'omicidio degli stessi militari Cataldo Stasi e Umberto Erriu nell'aprile del 1988 a Castel Maggiore, “è solo la punta dell'iceberg”. Uno dei moventi, addirittura, potrebbe essere stato un tentato recupero di credibilità, dopo le indiscrezioni sull'Arma svelate dall'operazione Gladio. Lo annuncia Alessandro Gamberini, avvocato dei familiari delle vittime della banda della Uno Bianca, lanciando oggi un esposto in conferenza stampa in Sala Borsa a Bologna, cui partecipano diversi addetti ai lavori ma anche gli stessi familiari, che per la verità mostrano di condividere solo in parte l'iniziativa del legale.

L'esposto di 250 cartelle verrà inoltrato “domattina”, spiega Gamberini, alla Procura nazionale antiterrorismo e alle Procure di Bologna e Reggio Calabria, in particolare per un suo processo intitolato “Ndrangheta stragista” e per i possibili collegamenti con la Uno Bianca, perché si tratta di una vicenda che non può essere trattata solo localmente, rimarca l'avvocato ripercorrendo in conferenza i decenni bui, in sostanza, della storia d'Italia. Sul possibile sviluppo giudiziario che l'esposto innescherà, il diretto interessato dice di non vere “pretese miracolistiche”, ma nel momento in cui potrà essere nominato difensore di parte offesa si saprà di più sulle eventuali nuove indagini. Ma scandisce Gamberini: “Che la banda della Uno Bianca, composta da sei poliziotti almeno, fosse una banda di terroristi è talmente evidente che desta raccapriccio: i suoi delitti, infatti, vennero commessi puramente per produrre panico. E non attiravano altri componenti grazie al denaro, non c'era una cooptazione di componenti di questo tipo. In tutta l'ultima fase della vicenda non c'è traccia di un guadagno significativo che giustificasse le rapine. Il guadagno che c'è stato avrebbe potuto ottenerlo un qualsiasi poliziotto facendo degli straordinari”.

Si è ricominciato a parlare di Uno Bianca e terrorismo, in sostanza, quando tre mesi fa è emersa la dichiarazione spontanea di Roberto Savi datata 2022 sulla sua partecipazione ad alcuni attentati di estrema destra a Rimini, con piccoli ordigni, agli inizi degli anni '70. Ma la storia è ben più complessa, segnala in quasi due ore di intervento Gamberini. Il suo lavoro di questi mesi e anni, insieme a quello di alcuni familiari delle vittime sulle carte giudiziarie, consentirebbe di unire tra loro frammenti di storia, “al punto da renderli indizi univoci”, che convergono verso la stessa ricostruzione: quella della Uno Bianca “è stata un'azione eversiva, sulla base di rapporti che i componenti della banda avevano con entità che si legano alla strategia della tensione nel nostro paese. Su questo legame non si è mai indagato, anche questo- non fa sconti il legale- rappresenta un capitolo nero della magistratura bolognese.

Ci sono delle responsabilità annidate nei Carabinieri, in questa vicenda, compresi gli episodi in cui i Carabinieri sono assassinati: Castel Maggiore e il Pilastro”. Rimarca l'avvocato: “Nel quadro completo della storia, si delineano elementi che portano a pensare che dentro all'Arma ci fosse una faccia oscura. Qualcosa che rendeva complice una parte dei Carabinieri stessi di questi delitti, di questi depistaggi e delle coperture di questi avvenimenti”. La punta dell'iceberg in tutto questo sarebbe stato dunque Macauda, all'epoca dei fatti brigadiere del Nucleo operativo dei Carabinieri, il cui ruolo non è stato “mai giustificato e mai spiegato. Se si guarda alla sua vicenda, anche con semplice buonsenso senza abilità giudiziarie particolari, si capisce che ci si trova di fronte non a qualcuno che calunnia sui responsabili di alcuni delitti, ma un protagonista di primo piano di tutta la vicenda”, un complice di fatto della banda o persino qualcosa di più. Tornando più in generale alla nuova iniziativa giudiziaria, Gamberini lo definisce “un esposto molto significativo: dopo che la Procura ha aperto un fascicolo alla luce della testimonianza di Simonetta Bersani”, l'accusatrice dei fratelli Santagata finiti alla sbarra per la strage de Carabinieri del Pilastro il 4 gennaio 1991 e poi assolti, dopo la confessione dei Savi, “questo nostro atto ripercorre complessivamente l'attività di questa banda di terroristi”, assicura il legale. Per non dire, insiste Gamberini, della famosa 'pentita' Annamaria Fontana, che sarà protagonista della condanna all’ergastolo del gruppo di pregiudicati catanesi, indicato appunto come la “Banda delle Coop” invece che della Uno Bianca guidata dai Savi. Tutti tasselli, secondo la tesi alla base del nuovo esposto, di uno stesso disegno.

FAMILIARI DIVISI SU ‘ESPOSTO CARABINIERI’: NON SIAMO NOI I PM 'Imprevisto' a Bologna durante l'illustrazione del nuovo esposto sui fatti della banda della Uno Bianca, la quale secondo il legale dei familiari delle vittime che l'ha firmato, Alessandro Gamberini, non era altro che un'organizzazione con finalità eversive, e complici tra pezzi di Arma dei Carabinieri deviati, nell'ambito della strategia della tensione. Durante la lunga esposizione di Gamberini in Sala Borsa, la presidente dell'associazione, Rosanna Zecchi, si mostra qua e là un po' sorpresa, così come diverse colleghe dell'associazione.

A conti fatti avrebbe firmato l'esposto meno di una decina di persone tra i familiari, ma precisa Zecchi, che non l’ha firmato: “Noi familiari sappiamo che nella storia della Uno Bianca c'è qualcosa che non torna, è proprio per questo che abbiamo lanciato la digitalizzazione degli atti insieme con la Regione. Ma noi siamo le vittime, i magistrati sono altri. La maggior parte di noi non ha condiviso l'esposto perché non ne è stata tenuta al corrente, non ci è mai stato dato. Solo ultimamente è stato consegnato a me e al vicepresidente dell'associazione dei familiari delle vittime”. O meglio, “ci è stato consegnato un riassunto” dell'esposto che verrà inoltrato domattina all'Autorità giudiziaria, da 250 cartelle. In sostanza, Zecchi mostra di ritenere una forzatura l'aver accelerato anche dopo l'accordo con il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, che lo scorso gennaio ha annunciato, finanziandola, la digitalizzazione degli atti sulla Uno Bianca. Ma Gamberini sfuma dopo la conferenza fermandosi a parlare con Zecchi, alla quale spiega che nell’ambito della scelta di procedere hanno inciso anche questioni di riservatezza e celerità.

“C'è un equivoco di fondo. Noi- puntualizza Gamberini- la digitalizzazione degli atti l'abbiamo aspettata. Anzi, abbiamo tardato alcuni mesi a depositare l'esposto proprio perché aspettavamo gli atti digitalizzati, ma senza che questo diventasse un mantra per non far nulla, anche se non è certo il caso di Rosanna Zecchi. La digitalizzazione darà ai magistrati lo strumento per intervenire” sull'esposto, con eventuali nuove indagini o meno. “Abbiamo parlato nei giorni scorsi con i responsabili dell'archivio, c'è ancora qualche problema tecnico su una ricerca nominativa. Ma abbiamo già il via libera, di Procura e Tribunale, ad accedervi. Continueremo anche noi a indagare in modo digitalizzato, ma- insiste Gamberini- c'è qualcuno che ha il compito istituzionale di farlo e quindi demandiamo alla magistratura”. Più sul merito dell'esposto, aggiunge poi l'avvocato, già all'epoca legale di parte civile dei familiari delle vittime: “Presentammo allora una memoria che si chiamava già, non a caso, 'Banda armata in divisa'. Su questo però, devo dire, negli anni non siamo stati seguiti affatto…”.



Questo è un lancio di agenzia pubblicato il 24-05-2023 alle 19:14 sul giornale del 25 maggio 2023 - 54 letture






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