Hacker cinesi, attacco alla sede Vaticana di Hong Kong Un gruppo di hacker cinesi si sarebbe infiltrato nei server della sede del Vaticano ad Hong Kong

Hacker cinesi – Hacker collegati al governo cinese si sono infiltrati nelle reti informatiche vaticane, attraverso attacchi cominciati a maggio. Lo riporta il New York Times: Vaticano e Cina avrebbero dovuto avviare quest’anno i colloqui per il rinnovo dell’accordo del 2018 sulla nomina dei vescovi che ha stabilizzato le relazioni. Il quotidiano newyorkese basa la sua ricostruzione sull’ultimo rapporto di Recorded Future, società privata americana del Massachusetts che traccia gli attacchi informatici sostenuti dagli Stati.

Il rapporto, pubblicato il 28 luglio e, in breve, afferma che gli analisti della compagnia hanno scoperto una serie di hackeraggi, e tentati hackeraggi, compiuti dai soldati cibernetici di Pechino ai danni dei server vaticani con l’intento di rubare informazioni sensibili utili per capire che clima si respira nelle stanze dei bottoni della Santa Sede e quali progetti ha il pontefice per Taiwan e Hong Kong.

HACKER CINESI, L’ATTACCO

Il cavallo di Troia per attaccare è stato una lettera di cordoglio del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, all’apparenza legittima in quanto scritta su carta intestata autentica. La lettera era stata inviata per la morte del vescovo cinese Joseph Ma Zhongmu della diocesi di Yinchuam/Ningxia a monsignor Javier Corona Herrera, cappellano della stessa Holy See Study Mission. La missiva è stata firmata per conto di Parolin dall’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della segreteria di Stato.

Secondo Recorded Future, gli hacker cinesi non sarebbero stati mossi soltanto dal desiderio di entrare nella mente del rivale ma anche da quello di scoprire i suoi segreti, ovvero capire quale ruolo la Santa Sede ha giocato e sta giocando all’interno delle proteste di Hong Kong e quale all’interno delle chiese sotterranee.

Con il termine “chiesa sotterranea” ci si riferisce a tutte quelle comunità di cattolici che agiscono nella clandestinità per evitare la persecuzione religiosa e che vengono considerate una minaccia per la sicurezza nazionale da Pechino in quanto non censite e operanti al di fuori dei controlli orwelliani delle autorità.

In queste ore, in ogni caso, Pechino ha negato un suo coinvolgimento. Prima di tutto “dovrebbero essere fornite prove sufficienti quando si indagano e si determinano la natura degli incidenti sulla cybersecurity”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin che ha anche detto come “non dovrebbero essere fatte ipotesi arbitrarie”.

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