Silvia Romano ora è Aisha, ma non è incinta o sposata: la verità sulle accuse Silvia Romano, cosa c'è di vero dietro le accuse mosse sui social? Il matrimonio, la gravidanza, il cambio di nome e la conversione: le verità

Silvia Romano è tornata a casa, nonostante le polemiche e gli strascichi che hanno seguito le ore della sua liberazione. Opportuno ricostruire la vicenda della 25enne rapita il 20 novembre 2018. Il sequestro avvenne nella costa sud orientale del Kenya, nella contea di Kilifi, nel villaggio di Chakama, dove Silvia operava come volontaria per la Onlus Africa Milele. La giovane milanese è rimasta 18 mesi in prigionia e ha cambiato ben 4 covi nel corso del tempo. La liberazione è infatti avvenuta in Somalia nella giornata di sabato. Silvia è stata tenuta prigioniera dal gruppo terroristico Shabaab, legato ad al-Qaeda. Non ha subito violenze dai suoi aguzzini e anzi si è convertita all’Islam: una conversione maturata a metà della sua prigionia, dopo aver letto il Corano e ascoltato le ragioni dei suoi presunti aguzzini.

SILVIA ROMANO, LA VERITÀ SULLE ACCUSE MOSSE DAI SOCIAL

L’odio social – e a mezzo stampa – si è riversata su di lei. Ma cosa c’è di vero dietro le accuse mosse a Silvia Romano? Sebbene ci siano ancora punti oscuri su cui si attendono chiarimenti dalla Farnesina, la fuga incontrollata di notizie ha fatto scaturire anche diverse bufale. Non è vero, o quanto meno non trova conferme, il suo presunto matrimonio con un jihadista, nonché uno dei suoi aguzzini. Non solo: Silvia Romano non è incinta, com’era stato diffuso a mezzo social negli ultimi tempi.

silvia romano

La sua conversione – nelle sue parole – non è frutto di un attento lavaggio del cervello, ma di una lettura del Corano, probabilmente unico testo autorizzato nel corso della sua prigionia. Veritiera la storia del nuovo nome: Silvia ora si fa chiamare Aisha. E trovano conferme anche le parole di Ali Dehere, portavoce di Al Shabaab, che a Repubblica ha dichiarato come parte dei 4 milioni del riscatto finanzieranno la Jihad. Quanto al vestito, il jilbab verde che Silvia indossava dall’aeroporto non è un simbolo religioso: il colore dell’Islam è, di fatto, il nero. Una convinzione forte nel vestiario dell’Isis. Si tratta di un abito locale, più da passeggio. Lo usano molto le tribù al confine tra Kenya e Somalia come gli Orma e i Bravani. 

L’odio social, comunque, ha continuato a riversarsi su Silvia, ormai Aisha, anche da parte di personaggi noti e politici. Il consigliere comunale di Treviso, Nico Basso, ha chiesto infatti l’impiccagione per la ragazza milanese. La procura di Milano ha aperto un’inchiesta sulle minacce e sull’odio riversato sui social.

Vittorio Perrone

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