25 aprile, la Resistenza delle donne

Ce lo hanno raccontato i libri di storia, i romanzi, i nostri nonni: la Resistenza fu l’insieme dei movimenti politici e militari che in Italia si opposero al nazifascismo nell’ambito della guerra di liberazione italiana. Figura chiave della Resistenza è sicuramente il Partigiano. Un partigiano non è un soldato, bensì un combattente armato che non appartiene ad un esercito regolare ma ad un movimento di resistenza, e che solitamente si organizza in bande o gruppi, per fronteggiare uno o più eserciti regolari, con l’aiuto  della popolazione civile. Per “Lotta partigiana” si intende, infatti, una guerra civile di difesa contro un’occupazione di natura militare.

 

LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

Il 25 Aprile di ogni anno si celebra la Liberazione, per ricordare quel giorno in cui, nel 1945, il Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia proclamò l’insurrezione di tutti i partigiani contro gli occupanti nazifascisti, cioè il giorno in cui l’Italia si è riconosciuta come nazione contro le leggi di quel fascismo che, con la dittatura, aveva infangato qualsiasi forma di libertà e diritti civili. Oggi la Resistenza rappresenta un moto d’orgoglio e dignità. Oggi la Resistenza è vista come lotta di cuore, carne e istinto, e la Liberazione è la sua relativa conquista. Ma il numero dei caduti nella Resistenza è molto alto. Secondo studi accreditati, ripresi dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani) sono stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati o invalidi. Ogni pagina di storia, infatti, ha un suo percorso, e spesso la conquista è frutto di sangue versato.

LE DONNE NELLA RESISTENZA

C’è, però, una pagina di storia ancora parzialmente rimasta nell’ombra, o non ancora totalmente riconosciuta come merita. Vere protagoniste della Resistenza sono anche le donne. Sono davvero moltissime quelle coinvolte nella lotta per la libertà. Il loro sacrificio è spesso accantonato, lasciato ai margini della folta storiografia dedicata alla Resistenza, che più volte si è concentrata solo sull’eroica figura del partigiano.

 

Per quanto fu indispensabile la lotta dei partigiani, che hanno scelto la libertà anche a costo della loro stessa vita, non è da dimenticare l’importantissimo ruolo della donna. Le partigiane erano considerate aiutanti degli uomini, principalmente perché il loro lavoro nella Resistenza fu soprattutto un lavoro di cura: cucinare, lavare, curare le ferite, dispensare affetto e compagnia, organizzare la parte “burocratica” delle missioni. Questo contributo è considerato minore, ma in realtà la figura della donna riesce a inserirsi perfettamente nel contesto di lotta alla soppressione delle libertà, e diventa anch’esso predominante. Le donne, infatti, rappresentavano un naturale raccordo tra il campo di battaglia e la vita civile: insospettabili, considerate da tutti incapaci di commettere violenza e destinate solo ed esclusivamente ai lavori di casa: questo permetteva di eludere spesso i controlli e di rendere più libera e agevole la missione dei partigiani.

Le donne diventarono così protagoniste assolute di quella che è stata definita “Resistenza civile”, caratterizzata da tutte quelle pratiche che non prevedevano l’uso della violenza, ma del coraggio, dell’astuzia e della capacità di influenzare gli altri e di prendersene cura.

LE DONNE IN BATTAGLIA

Tante altre, invece, furono vere e proprie protagoniste anche sul campo di battaglia. L’Anpi riconosce 35mila partigiane combattenti, che hanno ottenuto il ruolo di tenenti, sottotenenti o maggiori, e 20mila “patriote”, con compiti di supporto, assistenza e organizzazione; 19 le donne che hanno ottenuto la Medaglia d’oro al valor militare.

DONNE E POLITICA

Le donne coprirono anche ruoli di responsabilità istituzionale, già impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e cattoliche che pretesero un ruolo più attivo all’interno dei nuclei partigiani. Da queste esperienze nacquero i Gruppi di difesa della donna (Gdd), associazione comunista e femminista fondata da Lina Fibbi, Pina Palumbo e Ada Gobetti, e l’Unione donne italiane di sinistra (Udi).  Nel 1944 l’Udi fondò anche il proprio giornale clandestino, “Noi donne”, in cui si discuteva di politica e del ruolo della donna, si commemoravano le cadute e si riportavano le notizie sulle lotte femminili. Il loro ruolo le portò anche a coprire incarichi importanti; è il caso, ad esempio, di Nilde Iotti, eletta in Parlamento dopo il Referendum del 1946.

LA RESISTENZA TACIUTA

E’ proprio questa l’espressione utilizzata, Resistenza taciuta, per indicare quanto l’importanza della donna durante la Resistenza non sia stata adeguatamente riconosciuta, essendo spesso relegata, sia a livello storiografico che istituzionale, ad un ruolo secondario. Ma la risposta della donna al pensiero fascista fu altrettanto forte e determinante. Il fascismo tentò di escludere le donne da ogni attività extrafamiliare, scatenando la reazione di una parte consistente del mondo femminile. Intellettuali, studentesse e professoresse, ma anche donne provenienti dal popolo, dalle fabbriche, dai campi, cominciarono a manifestare e protestare il loro dissenso contro il regime. Anche loro scendevano a combattere, anche loro avevano un posto in battaglia.

Sono davvero tanti, gli esempi, e senza le donne la Resistenza non sarebbe stata la stessa. Proprio per questo il loro contributo non può e non deve essere dimenticato. “Non consideratemi diversamente da un soldato che va su un campo di battaglia”, dice una delle tante testimonianze. 1859 furono vittime di violenza e stupro, 4635 arrestate, torturate condannate, 2750 deportate, 623 fucilate o cadute in azione. A quelle donne si dica, oggi, che non ci dimentichiamo di loro. Che il 25 aprile raccolga e commemori quello che è il sacrificio di tutti, uomini e donne, il sacrificio per la nostra libertà.

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