CASO CUCCHI, IL SUPERTESTIMONE: “GLI AGENTI LO PRENDEVANO A CALCI MENTRE ERA A TERRA”

CASO CUCCHI, IL SUPERTESTIMONE: “GLI AGENTI LO PRENDEVANO A CALCI MENTRE ERA A TERRA”

Vengono rese note le preziose rivelazioni del supertestimone del pestaggio subito da Stefano Cucchi, nel sotterraneo del Palazzo di Giustizia. “Lo prendevano a calci mentre era a terra“, racconta. E lo racconta con tanta paura, perchè, come dirà il suo avvocato, “diciamocelo pure, la parola di un ragazzo di colore accusato di spaccio, contro quella di uomini in uniforme”.

ROMA, 11 NOV. –
Parla e racconta tutto ciò che ricorda, il testimone che ha assistito al pestaggio di Stefano Cucchi, in carcere.
E’ un ragazzo africano, ha 31 anni come Stefano. Come Stefano, viene arrestato la notte del 15 ottobre, intorno alle 23.30, per la stessa ragione: spaccio di stupefacenti.
Questo ragazzo si chiama S.Y., è un clandestino ed è detenuto nel braccio “comuni” di Regina Coeli.
“Avvocato, ho raccontato al magistrato una cosa per cui ho paura che ora non mi faranno più uscire di qua”. S. ha paura, davvero tantissima paura. Quello che ha visto è di una gravità sconcertante; ciò che ha visto, non avrebbe dovuto vederlo nessuno.
S. però, nonostante il timore di una ripercussione, decide di non tacere e raccontare ai magistrati la verità. Quella che gli è comparsa, come nel peggiore degli incubi, dallo spioncino della sua cella.

Sotterraneo del Palazzo di Giustizia. E’ il 16 ottobre, sono circa le 9 del mattino. S. attende all’interno di una delle quindici celle che si affacciano sul corridoio del sotterraneo.
Stefano Cucchi, anche lui, attende il processo per direttissima, da solo, nella cella di fronte a quella di S.
Il silenzio assordante delle celle, viene spezzato da grida di un dolore lancinante.
S. si precipita allo spioncino, terrorizzato. Le urla sono quelle di Stefano, che viene “trascinato nel corridoio dalle guardie”. “E’ andato al bagno” e ora, a quanto intuisce S., non vuole rientrare nella sua cella.
Sono due gli agenti con la divisa blu, quelli della polizia penitenziaria, che S. vede infierire sul quel corpo esile. Colpiscono il gemoetra romano con due sberle sul volto. Du fortissime sberle, perchè finiscono col farlo crollare a terra. Qui, vigliaccamente, lo prendono a calci, è probabilmente in quel momento che gli fratturano due vertebre e gli procurano delle lesioni talmente profonde all’animo che, appena dopo, nell’aula di Tribunale, non troverà il coraggio di confessare il pestaggio subito.
Ma, ora lo sappiamo, il “volto gonfio”, notato dai familiari in aula, è uno sporco lavoro appena realizzato.
Quando S. rientra nei sotterranei, dopo il processo, Stefano è già lì. I due dividono la cella, in attesa di essere tradotti a Regina Coeli.
Stefano, inerme, gli sussurra: “Hai visto questi bastardi come mi hanno ridotto”?
Una settimana più tardi, purtroppo, abbiamo potuto vederlo tutti.

Giuliana Sias

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