STEFANO CUCCHI. UN TESTIMONE CHIAVE HA ASSISTITO AL PESTAGGIO DALLO SPIONCINO DELLA CELLA

STEFANO CUCCHI. UN TESTIMONE CHIAVE HA ASSISTITO AL PESTAGGIO DALLO SPIONCINO DELLA CELLA

Sul caso della morte di Stefano Cucchi spunta un testimone chiave e così chi vuole, ed anzi pretende, giustizia, inizia a sentire il profumo della verità invadere ogni misterioso aspetto di questo disumano pestaggio.

ROMA, 10 NOV. – Carlo Giovanardi si esibisce nell’unico assolo fuori dal coro che vorrebbe Stefano Cucchi martoriato a sangue dai suoi passati problemi con la droga e darebbe ai suoi carnefici l’attenuante dell’aver punito “un tossicodipendente, spacciatore abituale”.
E pensare che il signor Giovanardi dovrebbe occuparsi, a nome dei cittadini italiani tutti, di Politiche Giovanili. Dice bene Antonio Di Pietro, dovrebbe dimettersi “per manifesta incapacità” perchè oggi non ci sono giovani in Italia che si sentano rappresentati dal sottosegretario.

Nel frattempo le indagini dei magistrati si concentrano su quattro agenti di polizia penitenziaria che hanno avuto Cucchi in custodia il 16 ottobre, nel giorno di convalida dell’arresto, negli interrati del Palazzo di Giustizia, “di sotto” dove, come ci insegnano a Teramo, vanno massacrati i detenuti.
Stefano lo avrebbe confidato ai compagni di camera, ma soprattutto, spunta finalmente la testimonianza di un detenuto che avrebbe visto tutto dallo spioncino della propria cella. In base a quanto riferito, Stefano sarebbe stato oggetto di un vero e proprio pestaggio, dopo essere stato accompagnato in bagno. Permane comunque anche la possibilità, ancora al vaglio dei magistrati, che Cucchi possa avere avuto una discussione con qualche altro detenuto.
In questo momento, infatti, sono gli stessi legali della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo e Dario Piccioni, a chiedere “accertamenti a tutto campo: Stefano si presentò in tribunale già con il volto segnato”.

I magistrati, perciò, lavorano in queste ore per far luce anche su altre eventuali percosse che Stefano possa aver subito prima dell’arrivo in tribunale, motivo per il quale nei giorni corsi sono stati anche sentiti i carabinieri che hanno proceduto, nella notte del 15 ottobre, con il fermo.
Un’inchiesta interna all’Arma, però, escluderebbe qualsiasi responabilità da parte dei suoi uomini.

“Escludo che ci siano responsabilità di qualche collega”, dice Daniele Nicastrini, segretario regionale della Uil penitenziari, “e non sono arrivati avvisi di garanzia. Qualcuno è stato convocato dai pm ma Cucchi era già in condizioni critiche prima che lo prendessimo in consegna”. Il secondo fronte dell’inchiesta, che interesserà i sanitari che non avrebbero assistito Cucchi in maniera adeguata, muoverà sull’ipotesi di omicidio colposo.

Stefano Cucchi viene arrestato dai carabinieri la notte del 15 ottobre, in possesso di circa 20 grammi di hashish e 2 di cocaina (fatto sul quale esiste anche una differente versione che lo vorrebbe in possesso, quella sera, di 20 euro, non grammi, di “roba”). Fatto sta che grazie ad una legge firmata dal Carlo Giovanardi di cui sopra, oggi le droghe cosìddetta “leggere” in Italia, vengono equiparate alle droghe considerate “pesanti”, quali eroina e cocaina. Scatta il fermo.
Stefano varca per l’ultima volta, accompagnato dai carabinieri, la soglia della casa di famiglia. I genitori e la sorella lo vedono ovviamente scosso per l’accaduto, ma le perquisizioni rivelano che la camera di Stefano è “pulita” e lui si muove sulle sue stesse gambe; lo choc è psicologico, non fisico. Viene dunque trasferito in una camera di sicurezza a Regina Coeli. Qui, dopo poche ore dall’arresto, lamenta i primi dolori.
La mattina seguente, in Tribunale, i familiari di Stefano notano il suo viso stranamente “gonfio”.
Già il 16 ottobre Stefano fatica a camminare, una radiografia ci spiegherà il perchè: frattura del corpo vertebrale L3 e un’altra della vertebra coccigea.
Inizia il suo calvario. Pare che nei giorni successivi a Stefano sia stata negata una Bibbia; pare gli sia stato negato di potersi rivolgere all’avvocato di famiglia, pare che il ragazzo abbia dichiarato di rinunciare a curarsi a meno di poter parlare con il legale Stefano Maranella. Le sue richieste d’aiuto cadono nel vuoto, mentre ai genitori non viene permesso di potergli fare visita e nemmeno di poter avere un colloquio con il personale sanitario che segue il suo ricovero.
Negli otto giorni che lo porteranno alla morte, il corpo di Stefano diventa irriconoscibile. I segni evidenti sono quelli di una tortura della quale, oltre ai responsabili “materiali”, esiste una chiara responsabilità da parte dei medici che lo hanno tenuto in cura.

Giuliana Sias

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