Oltre ai cassonetti incendiati ci sono le grida di aiuto: di cosa hanno bisogno le categorie a rischio

È la pancia del Paese quella che ha messo in subbuglio il centro e il lungomare di Napoli, quella che ha seguito a Roma, che scenderà in piazza a Milano, Firenze, Bologna e le altre città. Come ogni protesta, come ogni rivoluzione che si rispetti, agglomera tutte le frange. Ci trovi la violenza dei cani sciolti, degli ultras, delle frange estremiste, della politica dei centri sociali e dei nuovi neri. Ci trovi la criminalità, grande e micro, certo. Nel sottobosco, tra una carica alla polizia e un cassonetto incendiato, che sfortunatamente occupano le prime pagine, si ritrovano anche gli argomenti reali. Il grido di disperazione di chi davvero vedrà con un secondo lockdown frantumarsi gli sforzi di una vita.

Sono tante le categorie a rischio: le partite IVA, i negozianti, i possessori di attività come palestre, bar, ristoranti, i lavoratori dello spettacolo già martoriati. Non c’era solo la volontà di mettere a ferro e fuoco le città, per carità. Né tanto meno l’intenzione di protestare contro l’uso della mascherina e il rispetto delle distanze.

AIUTI ECONOMICI ALLE CATEGORIE IN DIFFICOLTÀ

A quello sono disposti tutti, a patto che dai piani alti arrivi una garanzia che il giorno dopo l’emergenza si riesca a ripartire, a riaprire, a garantire un futuro alle proprie famiglie. Da Napoli è partita una richiesta di aiuto che presto arriverà in tutte le principali città. Il Governo, che oggi presenta il nuovo dpcm, fa finta di saperlo: è previsto un nuovo piano da 1.5-2 miliardi di euro per le categorie in difficoltà. Non solo: viene automaticamente sospesa la seconda rata dell’Imu e sono pronti indennizzi economici sui conti correnti.

Nelle intenzioni un’idea sacrosanta, nella realizzazione qualcosa andrà storto. Già nel decreto rilancio erano previsti aiuti che, nel concreto, a distanza di 5 mesi dall’idea, ancora non sono arrivati. I mille euro ai lavoratori autonomi, i bonus di 600 euro, i bonus vacanza e monopattino, idee che ancora oggi fanno storcere il naso per la loro realizzazioni. Soldi che si perdono nell’infinito processo burocratico prima di arrivare a chi ne ha bisogno e diritto. Il passaggio dall’idea alla concretezza è lungo, stancante e macchinoso.

C’è bisogno di risposte concrete, di soldi tangibili, di sgravi fiscali, di tempi brevi. Le richieste principali sono chiare: bisogna rivedere i pagamenti ai fornitori, gli affitti dei locali e fornire sussidi concreti anche ai dipendenti delle attività. Per i lavoratori dello spettacolo, è doveroso studiare una riapertura graduale ma permanente e chiara dei teatri, un ripristino di eventi e concerti. E intanto fare in modo che ognuno abbia di che mangiare.

NUOVO LOCKDOWN SE STRARIPANO LE TERAPIE INTENSIVE

Dalla piazza, poi, un grido che accomuna tutti i cittadini: la richiesta di sospendere le utenze di gas e luce, gli affitti e i mutui. Sono i problemi comuni della gente comune, lavoratori, genitori, cittadini. Commercianti, esercenti che hanno lavorato e investito tanto per rispettare le nuove norme e vedono i loro sacrifici resi vani dopo pochissimi mesi. Oltre alle risposte economiche, si aspettano anche quelle sanitarie: i lavori sui posti di terapia intensiva sono in ritardo, il sistema sanitario nazionale rischia di essere schiacciato nelle prossime settimane.

Secondo le previsioni e se l’andamento dei ricoveri fosse costante nella crescita, la saturazione che porterebbe ad un nuovo lockdown avverrebbe già ai primi di novembre. Come potrebbero allora le colpe di sette mesi di decisioni discutibili e ritardi ricadere sui cittadini? Già con questo punto di domanda, si possono razionalizzare i motivi delle proteste. Di fatto, ognuno è pronto e disposto a dare il suo contributo per frenare l’avanzata del contagio. Prima, però, le risposte e gli aiuti. Poi i sacrifici.

Vittorio Perrone

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