Nessuno si è accorto di Abou, ma abbiamo perso un figlio

Abou aveva solo quindici anni. Aveva lasciato la Costa d’Avorio e attraverso il deserto era arrivato in Libia. Era stato detenuto e, come raccontano le cicatrici sul suo corpo, torturato. Si era imbarcato a Zuara, con tanti altri. Soccorso in mare dalla Open Arms, era stato trasferito sulla nave Allegra. Dieci giorni in isolamento Covid. Ma Abou stava sempre peggio, aveva la febbre, non mangiava, non parlava più. Portato infine in ospedale a Palermo, è morto domenica scorsa.

Il 29 settembre Abou era stato visitato a bordo della nave quarantena. Il medico aveva poi disposto il trasferimento d’urgenza in ospedale. Il primo ottobre, il ragazzo è arrivato all’ospedale Cervello di Palermo: psicologi e mediatori culturali hanno provato a comunicare con lui, ma continuava a non parlare. Il giorno dopo, è entrato in coma. Trasferito in Rianimazione, è poi morto così, lasciando tutori e medici nel rimpianto di non aver potuto comunicare con lui.

ABOU, MORTO PER ABBANDONO

Ora, infatti, toccherebbe andare a fondo della vicenda, perché su quella nave per giorni c’è stato un solo medico per 600 migranti, in assenza di strumentazioni adatte a bordo per poter intervenire. Così il calvario di Abou è finito nell’oblio, nel buio. Intanto un centinaio di persone ha partecipato alla fiaccolata in suo onore organizzata da Forum Antirazzista Palermo, a rappresentare la parte bella dell’Italia, mentre la procura proverà a fare chiarezza su tutto. Intanto, però, resta l’amarezza, quella forte e difficile da digerire. E mentre c’è qualcuno che dice “È solo un altro nero, pazienza”, qualcun altro pensa che Abou aveva solamente quindici anni, che poteva somigliare a nostro figlio, a nostro fratello, a nostro nipote. Perché era partito lasciando i suoi genitori alla scoperta di un futuro incerto, ignoto, che però si è rivelato maligno.

Qualcuno pensa al suo corpo pieno di cicatrici, al suo sguardo spento. Abou è morto di abbandono quando credeva di essersi salvato, in un’Italia a volte troppo impegnata e superficiale per accorgersi di quanto sia immensamente importante la solidarietà. Chissà cosa dicevano i suoi occhi, chissà quali erano i suoi sogni, chissà qual era la sua storia. Il silenzio in cui era precipitato nessuno lo ha saputo comprendere. E forse, intanto, nella casa in Costa d’Avorio c’è sua madre che ancora lo aspetta.

Alessandra Santoro

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