Egitto tra pandemia e autoritarismo: quali le prospettive internazionali?

Quasi dieci anni dopo la Primavera araba, l’Egitto sta vivendo una controrivoluzione che ha spazzato via lo slancio delle rivolte democratiche per fare spazio a un’autocrazia dominata dai militari. Il fondamento del potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi è fragile e strettamente connesso alla traiettoria delle élite militari. Mentre l’economia subisce le conseguenze disastrose della pandemia e la società civile viene sempre più tormentata, la politica estera egiziana mira a riconquistare la sua posizione centrale in Africa e in Medio Oriente.

L’interesse principale del regime negli scorsi mesi è stato quello di silenziare chiunque provasse ad avanzare osservazioni e critiche sulla gestione della pandemia, tacciato di essere un nemico della patria e di attentare alla stabilità e alla sicurezza nazionale. La morsa repressiva è funzionale a mantenere il controllo di un contesto sociale che, complici i contraccolpi economici della pandemia, potrebbe diventare incandescente. Già nel 2016 l’Egitto per far fronte alle difficoltà economiche ha chiesto un prestito al Fmi. Da lì ha iniziato ad attuare i famosi piani di aggiustamento strutturale.

EGITTO, LA POLITICA DI AL-SISI

Tale apprezzamento a livello internazionale è basato su due fattori: l’imposizione di un modello duro di misure di austerità che, tra l’altro, hanno una lunga tradizione risalente ai presidenti che lo hanno preceduto, e l’interruzione degli importanti sussidi per carburante, cibo e altri beni di base che garantiscono la sopravvivenza della maggior parte degli egiziani. Misure che hanno avuto importanti ripercussioni a livello sociale, con la notevole perdita di potere di acquisto per una larga fetta di popolazione che ha difficoltà nel reperire i beni di prima necessità. Ricalcando lo schema usato da Mubarak, infatti, la politica economica di al-Sisi si basa sull’attrazione di investimenti esteri, su uno spiccato dirigismo tramite la costruzione di mega-opere infrastrutturali e sul sostegno a una ristretta cerchia di grandi imprenditori locali che hanno stretti legami con l’esercito.

LE PROTESTE CONTRO IL REGIME

Da una settimana, però, l’Egitto è nuovamente in rivolta. Proteste nelle principali città stanno portando nelle strade donne, bambini, uomini, diverse generazioni pronte a sfidare le forze repressive egiziane, a sfidare il governo di un Paese retto da una dittatura militare che l’Occidente, Italia compresa, continua a legittimare in modo agghiacciante. In un Paese dove la povertà è alle stelle, dove la corruzione è fertile a causa dell’estrema fragilità del popolo e a un sistema dittatoriale feroce. L’importanza del ruolo dell’Egitto nell’area mediterranea, soprattutto nello scacchiere libico e nei rapporti con Israele, così come nella spartizione delle risorse energetiche a est del Mare Nostrum, infatti, è un fattore cruciale. Si garantisce ad Al-Sisi una sostanziale incolumità e l’apprezzamento da parte di importanti partner occidentali e regionali, i quali chiudono ben volentieri un occhio sull’asfissiante clima di repressione nel paese in nome di interessi politici ed economici.

EGITTO, QUALI LE PROSPETTIVE INTERNAZIONALI?

Ad oggi, quali sono le prospettive internazionali dell’Egitto? Innanzitutto, con Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Palestina ha siglato, nella mattinata di martedì 22 settembre, la Carta dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF), un documento che istituisce ufficialmente, tra i Paesi firmatari, un’organizzazione internazionale regionale, con il suo quartier generale al Cairo. La carta stabilisce una piattaforma regionale che riunisce produttori di gas, consumatori e Stati di transito al fine di promuovere un mercato sostenibile del gas. Si tratta di un’iniziativa molto importante, che sfrutta al massimo le eccellenti relazioni e la cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo orientale, al fine di trovare modi per sviluppare nella miglior maniera possibile la ricchezza naturale della regione.

Inoltre, Il Cairo ha ribadito il proprio sostegno a una soluzione politica alla crisi con la Libia, lontano da forme di ingerenza estera, e verso tutte le iniziative volte a portare “calma, pace e sviluppo”. Per tale motivo, il presidente egiziano ha accolto con favore i risultati degli incontri svoltisi sino ad ora a livello sia internazionale sia regionale in cui è stata messa in luce la necessità di giungere a una soluzione politica globale.

I cittadini, però, non sono contenti. L’Egitto è stanco e desidera la sua libertà. Le proteste in piazza dimostrano proprio quanto il popolo, ad oggi, non abbia più paura.

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