Messico, la morte dell’informazione: record di giornalisti uccisi

Due volte al giorno, 406 aggressioni solo nei primi sei mesi di quest’anno nei confronti di chi fa informazione. Una ogni 11 ore. È il bilancio amarissimo denunciato da Articolo 19, l’associazione in difesa dei giornalisti e della libertà di stampa in Messico. Quasi il doppio dei casi denunciati nel 2019, primo anno di governo del presidente Obrador. Le statistiche indicano che l’aumento è del 45% in più di casi rispetto allo scorso anno, quando nello stesso periodo ne erano stati documentati 280. Lo studio, si legge sul sito di Articolo 19, rivela che gli Stati con il maggior numero di attacchi sono Città del Messico, Puebla, Oaxaca, Veracruz e Quintana Roo.

Nei primi sei mesi di quest’anno un preoccupante record è già stato raggiunto. Tra i fattori che hanno diffuso la crescita degli attentati c’è l’insofferenza dei funzionari pubblici al controllo esercitato dai media. Tale insofferenza, in questo momento, è particolarmente legata alla pandemia, oltre che alla repressione delle proteste e ai legami tra potere politico e criminalità organizzata. Il Coronavirus, però in questo caso c’entra poco. Il virus che falcia vite di giornalisti in Messico come un’epidemia nella pandemia si chiama narco-corruzione. Precede di molto il Covid-19 e continua a far strage.

MESSICO, LA MORTE DELL’INFORMAZIONE

Julio Valdivia, 44 anni, è l’ultimo giornalista assassinato in Messico, rimasto vittima delle bande della criminalità che rendono il Messico un paese dove ormai è impossibile fare informazione. Una quarta giornalista si è salvata per un soffio grazie all’intervento della sua scorta. Julio lo hanno trovato sul ciglio di una stradina che costeggia la linea ferroviaria. Un fagotto informe, piegato su se stesso, il corpo segnato da ematomi, ferite e tagli. Con un dettaglio che ha fatto orrore: aveva la testa staccata dal corpo. Decapitato. Ma, purtroppo, è solo uno dei tanti.

I continui attacchi alla libertà di espressione hanno tolto la parola a centinaia di giornalisti. Molti hanno deciso di scrivere in anonimo, hanno rinunciato ai loro nomi per continuare a fare informazione. Alcuni media hanno smesso di raccontare cosa accade. Altri giornalisti, invece, in una zona dominata dai mercati della droga locale, le rotte internazionali del traffico, campi coltivati a oppio e marijuana, laboratori clandestini, estorsioni, omicidi, sequestri, furti, pagano il prezzo del proprio lavoro: seguire la realtà sul campo e raccontarla ai lettori. Alcuni, senza cedere ai ricatti, alle pressioni, alle minacce, sperano e sognano ancora possa essere possibile vivere in un mondo in cui l’informazione sia esaltata e non decapitata. Perchè, se è vero che il giornalista può essere ucciso, la verità non può morire.

 

Alessandra Santoro

 

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