Suarez, trenta e lode in metodo all’italiana: questo è niente, ci siamo abituati al fetore Caso Suarez, l'esame-farsa ci mostra la pochezza di un metodo troppo diffuso: quello italiano

caso suarez

È caso Suarez. Serviva un bel carico di ingenuità per credere che l’esame di italiano del fuoriclasse uruguaiano fosse stato totalmente regolare. Che un campione plurimilionario avesse preparato un esame livello B1, in italiano, in così poco tempo. Che si fosse davvero prostrato sui libri di grammatica di una lingua sconosciuta. L’esame era una farsa: tutto pianificato al dettaglio, dalle domande fino ai giudizi.

CASO SUAREZ, LE INTERCETTAZIONI SULL’ESAME DI ITALIANO A PERUGIA

È quanto emerge dall’inchiesta della procura di Perugia e dalle agghiaccianti intercettazioni della commissione. “Non spiccica una parola, ma deve passare”. Deve passare perché guadagna 10 milioni all’anno, perché un’operazione che coinvolge due club-aziende-multinazionali, per un totale di 60 milioni lordi, non può saltare così. Non può saltare per gli intoppi e le lungaggini che burocrazia impone ai comuni mortali. E dunque, ecco le scorciatoie, con il solito fare italiano: ecco, se Suarez non ha superato l’esame di lingua, s’è già calato nel modo di fare del Belpaese. Per lui, un netto 30 cum laude in metodo italiano.

C’erano 60 milioni di motivi – quelli dello stipendio lordo di 20, per tre anni, con la Juve – per trovare la via alternativa. L’indignazione è verso i ricchi, che giocano con le regole a proprio piacimento. Pur non volendolo, risulta automatico: secondo le indagini, infatti, non ci sono state pressioni esterne da Suarez o dalla Juve per combinare l’esame. Doveva andare così, perché così è il modo in cui si gestiscono le cose. Pazienza per chi deve mettersi in fila per anni. La giovane scrittrice Djarah Kan raccontava ieri di aver esercitato per la prima volta, a 27 anni, il suo diritto di voto. È diventata cittadina italiana nel 2018, lei, nata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, e cresciuta a Napoli. Ieri sui social raccontava la sua emozione per aver finalmente espresso il suo voto, diritto imprescindibile di ogni cittadino.

Questa è la mia tessera elettorale.È mia e di nessun altro. Con questa tessera oggi, per la prima volta dopo 27 anni,…

Gepostet von Djarah Kan am Montag, 21. September 2020

L’ESAME DI ITALIANO A PERUGIA NON È NULLA AL COSPETTO DEL FALLIMENTO PER L’UNIVERSITÀ ITALIANA

Ma la storia di Suarez, di un esame-farsa superato soltanto per non occupare un posto da extracomunitario nella rosa della Juve (non ci andrà, verosimilmente finirà all’Atletico Madrid, qui per approfondire), ci mostra anche altro. È la punta di un iceberg gigantesco di clientelismo e favoritismi che caratterizzano l’istruzione pubblica in Italia. L’università oggi somiglia più a un sistema feudale con tanto di signori, valvassori e valvassini. Sull’incapacità di assicurare un futuro post-Covid ai ragazzi, che pagano profumatamente le tasse, meglio sorvolare, almeno in questa sede.

E i concorsi pubblici? Idem. La scia di indignazione per l’esame-farsa di Luis Suarez ha solo scoperchiato il vaso di pandora. In quanti vanno avanti a strette di mano per tutta la vita? Quanti concorsi pubblici sono stati accomodati da parenti, zii, amici di amici e da loschi esponenti della politica locale? È tutta una piramide e il caso Suarez è solo la sua punta. Fa più rumore, perché nell’affare girano decine di milioni di euro. Poteva allora un semplice esamuccio di B1 intaccare un affare di questa portata? Ecco, facendo un po’ di benaltrismo e guardandola sotto il quadro generale, la professoressa Stefania Spina e gli altri esaminatori avrebbero anche le loro attenuanti. In realtà no: è semplicemente che ormai ci siamo abituati al fetore. 

Vittorio Perrone

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