“Sono tornato dalla Croazia, negativo: vi racconto quel che i giornali non dicono” Tutti quelli che rientrano dall'estero sono positivi? Parrebbe di sì ma la realtà è un'altra

La città vecchia, Dubrovnik

#VacanzeItaliane è l’hashtag che ha spopolato nelle ultime settimane. Tutti in Puglia, Calabria, Campania, Sicilia, Liguria, Emilia-Romagna, Sicilia e Sardegna. Chi invece rientra dall’estero non ha domande, solo un’onta da scontare: quella dell’untore. Perché, cari lettori, la cronaca delle ultime settimane ha raccontato il tutto in maniera chiara: chi è andato all’estero ha riportato il virus in Italia. Chi è rimasto in Italia, invece, ha contribuito al commercio locale, al turismo, e ha osservato comportamenti responsabili.

Una musica interrotta dai recenti fatti di cronaca che vedono la Sardegna come nuovo epicentro di contagi e che individuano nel Billionaire di Flavio Briatore uno degli ultimi focolai della versione estiva del Covid-19. Chi vi scrive, oggi, vi racconta un’altra storia: quella di un viaggio all’estero fatto in piena responsabilità e con tutte le attenzioni del caso. In una terra, quella croata, che solo oggi sta scoprendo forse la pericolosità di un virus che l’Italia ha vissuto in prima linea da marzo scorso.

Il mio viaggio in Croazia, tra distanziamento e osservanza delle regole

Dubrovnik, meglio nota come Ragusa, è una delle perle della Dalmazia. Una cittadina raccolta, piccola quantomeno nella parte dell’Old Town, abbastanza affollata. Quando sono arrivato, il giorno 3 agosto, ho parlato con la signora da cui ho afittato casa: la città è vuota, mi dice, rispetto agli altri anni. E aggiunge che forse è meglio così. Scendo di casa e quel che noto fin da subito è una stretta osservanza delle regole: nei locali, nei ristoranti, nei supermercati, distanziamento e mascherina. In alcuni casi, qui in Italia, non ho visto né igienizzanti né controlli. Ed ho spesso e volentieri notato gente senza mascherina accalcarsi in una pizzeria o in un locale in pieno disprezzo delle prescrizioni normative vigenti.

Sto una settimana, con gente che viene da ogni angolo del globo. Ho preso barche in cui ognuno occupava, a due metri di distanza, il proprio posto. Autobus in cui un sediolino obbligatoriamente doveva essere lasciato vuoto. Ed ho viaggiato in condizioni igieniche ottimali: ogni mezzo aveva un igienizzante, ogni locale offriva spazi isolati, ampi e soprattutto puliti. Cose che, sinceramente, non si vedono tutti i giorni in Italia. Torno e, pur non essendo tenuto a farlo, effettuo un test rapido: negativo. Il tutto nella piena indifferenza: chiamo il medico curante che si toglie di mezzo dicendomi a chiare lettere che non è sua “competenza”; chiamo l’ASL e non c’è bisogno di fare nulla. Chiamo i numeri regionali, peggio che andar di notte. Alla fine, però, sento di aver fatto il mio dovere. Certo, mi dico, non ho frequentato discoteche né ho violato i consigli della comunità scientifica. Chi l’ha fatto ne paga oggi le conseguenze. Il punto è che le paga indifferentemente dal luogo della vacanza: che sia la Croazia o la Sardegna la musica non cambia perché il virus, signori, è lo stesso. E sconti non ne fa in base alla provenienza.

Cosa hanno raccontato politica e giornali

Per l’opinione pubblica io, alla pari di tanti altri che come me hanno viaggiato all’estero e sono ritornati sani e salvi, sono un untore. Un ingrato, uno che rientra dall’estero e che riporta il virus in Italia con incoscienza e senza amor proprio ed altrui. La realtà è che i nuovi casi da rientro dall’estero ci sono ma sono una minima parte del totale. La realtà dei fatti è che il virus gira e gira ovunque: lo dimostrano i recenti casi in Sardegna. La curva si è alzata ma per politica, istituzioni e media solo per chi rientra dall’estero. Una società del terrore la nostra, che ha anche trovato chi è stato pronto a cavalcare qualsiasi mezzo o modo pur di farsi propaganda. Da autentici terroristi.

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