Hana Kihider, da madre a coraggiosa sminatrice: fiori al posto delle mine La storia di tante sminatrici yazide raccontata in un documentario: il coraggio delle donne di Sinjar

Hana Kihider – Si chiama Hana Kihider, ha 28 anni ed è una madre yazida di 3 figli. Hana vive a Sinjar; lì, dal 2014 la violenza dell’Isis ha assalito il suo popolo con lo scopo preciso di sterminarlo; mine e trappole esplosive disseminate e nascoste in tutto il territorio da parte dello Stato Islamico che, seppur sconfitto nel 2017, ha voluto lasciare la sua impronta di morte sui territori occupati.

A Sinjar a bambini e ragazzi vengono distribuiti volantini per insegnare loro a non raccogliere oggetti abbandonati per strada, anche se sembrano innocui e attraenti come una bottiglia o un gioco. Possono contenere bombe ed essere trappole mortali.

HANA KIHIDER, DA MADRE A SMINATRICE

Ma Hana non è solo una madre di famiglia. Un video di National Geographic intitolato Into the Fire documenta in venti minuti la vita stravolta di Hana Kihider, che da madre di famiglia come tante è diventata una sminatrice per liberare la terra dei suoi figli dagli ordigni dell’Isis. È entrata a far parte del Mines Advisory Group, un’associazione che è parte del gruppo internazionale per la messa al bando delle mine. Hana non è un caso isolato, nell’associazione di cui è parte sono molte le donne impegnate in questa missione così rischiosa.

Nella distesa desertica attorno a Ninive le sminatrici si muovono lente e in allerta, consapevoli che il passo sbagliato può significare morire. Tengono in mano uno strumento che segnala la presenza di ordigni: col detector controllano ogni centimetro di terreno, passando lo strumento più e più volte, fin dove non c’è pericolo mettono una sbarra di legno e allargano il recinto di sicurezza poco, pochissimo, per volta. La cura e la pazienza fanno la differenza tra la vita e la morte.

Hana Kihider è simbolo di immenso coraggio. Consapevole di poter abbandonare i suoi figli da un momento all’altro, ha deciso di combattere comunque. Dal 2016, lei e le altre yazide hanno disattivato più di 27.000 mine. «E nei campi bonificati ora piantiamo melanzane, pomodori e cetrioli e qualche fiore». Vogliono provare a curare le ferite sanguinose inflitte alla sua gente. Vogliono lanciare un messaggio ben preciso all’Isis: questa terra non si arrende, e ha voglia di rinascere.

Alessandra Santoro

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