Mohamed Ben Ali, morto tra le fiamme nel ghetto dei braccianti Ennesima tragedia per i migranti sfruttati: a Borgo Mezzanone un bracciante muore carbonizzato in un incendio

Mohamed Ben Ali è l’ultima ed ennesima vittima di un sistema che spesso esclude, sfrutta, marginalizza e discrimina. Mohamed è rimasto ucciso da un rogo nel ghetto di Borgo Mezzanone. Lì sorge una vera e propria “baraccopoli della morte”; quattro, infatti, le persone decedute nell’ultimo anno e mezzo.

MOHAMED BEN ALI, LA SUA STORIA

Mohamed era arrivato dal Senegal in Italia più di 15 anni fa. Viveva a Borgo Mezzanone un anno circa. Prima aveva vissuto a Bologna e Napoli, lavorando come commerciante e venditore ambulante, poi si era trasferito in provincia di Foggia per svolgere la professione di bracciante.

Il dramma si è consumato all’alba di venerdì 12 giugno a causa di uno dei tanti incendi che purtroppo frequentemente colpiscono il ghetto, dove vivono ammassati centinaia di braccianti agricoli stranieri, per lo più africani, quasi sempre sfruttati nei campi agricoli della zona a pochi euro per lunghissime giornate di lavoro massacranti. Mohamed è stato sorpreso dalle fiamme mentre dormiva. Quando i primi soccorsi sono giunti sul posto, per lui era ormai troppo tardi. Il suo corpo è stato rinvenuto dai vigili del fuoco tra i pochi resti rimasti del rifugio in cui viveva. Anche per questo in un primo momento non è stato possibile nemmeno identificarlo.

A pubblicare il volto del bracciante senegalese morto è il sindacalista dell’Usb Aboubakar Soumahoro su Facebook. Tra i commenti, la rabbia e il cordoglio di centinaia di utenti: “Mohamed Ben Ali, bracciante di 37 anni, non doveva vivere né morire in queste condizioni. Nell’esprimere cordoglio e vicinanza ai familiari, promettiamo loro di lottare affinché la morte di Mohamed non sia vana”, scrive con l’hashtag #Nonsonoinvisibile.

Raffaele Falcone, segretario di Flai Cgil Foggia, ha invece commentato così: “Qualche mese fa Mohamed ci fermò perchè voleva denunciare il suo datore di lavoro. Eravamo in contatto. La paura di perdere il posto di lavoro era tanta ma c’era anche la voglia di riscatto. Continueremo a lottare anche per te!”

La storia di Mohamed è quella di tanti altri come lui. Partire: dalla fame, dalla guerra, dalla sofferenza. Pregare di arrivare: vivi, salvi, integri. Sperare di essere accolti. E poi, ritrovarsi così, a lavorare in condizioni pietose. No, non c’è strumento che tuteli la tua sicurezza. E forse neppure qualcuno che pianga se, per colpa di quella sicurezza non garantita, tu muori carbonizzato tra le fiamme. Ecco, forse la lotta al razzismo è dura proprio perchè non è sufficiente solo attaccare il caporalato, i decreti sicurezza e le mosse politiche: sarebbe necessario scardinare la mentalità basata sull’omissione e l’indifferenza. Quanto rumore fa una storia come quella di Mohamed e di tanti altri come lui? Quanti cuori colpisce? Quante coscienze smuove? Ecco, l’eliminazione dell’indifferenza di fronte al dolore è il primo passo per provare ad evitare queste tragedie, perchè le vite dei migranti contano tanto quanto tutte le altre.

Alessandra Santoro

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