Serie A in rivolta, protocollo troppo articolato: così il campionato non riparte I motivi che rendono complicata la ripartenza della Serie A, almeno 8 club in rivolta

Niente da fare, la tanta auspicata fumata bianca per la ripresa della Serie A non c’è stata. Sono ancora troppe le problematiche da risolvere e soprattutto manca unità di intenti tra i club. Motivo di dissenso è il protocollo per la ripresa del campionato stilato dalla Commissione Tecnico Scientifica (CTS) della FIGC. La Lega Calcio è in subbuglio e nella riunione di ieri ben 8 club hanno manifestato la propria riluttanza verso la ripartenza a queste condizioni. Le società che chiedono una revisione del protocollo sono Inter, Milan e Napoli; tre big della Serie A. Si accodano a loro anche: Genoa, Sampdoria, Hellas Verona, Cagliari ed Atalanta.

Insomma, metà delle squadre del nostro campionato sono contrarie alle regole imposte dalla Federazione. Ma quali sono i motivi che stanno generando problemi? Di fatti sono tre le motivazioni che stanno creando tensioni:

  • Ritiri troppo lunghi prima della ripartenza della stagione;
  • Costi dei tamponi richiesti troppe volte;
  • Ritorno in quarantena in caso di giocatore positivo e nuova sospensione del campionato.

serie rivolta

Rivolta in Serie A, i motivi che hanno spinto 8 club a contestare il protocollo stilato dalla CTS della FIGC

In sostanza il protocollo stilato dalla CTS viene ritenuto fin troppo restrittivo. A queste condizioni la ripresa del campionato viene ritenuta utopia, senza considerare le esose spese da affrontare. Innanzitutto il ritiro di 14 giorni imposto alle squadre prima della ripresa della stagione viene ritenuto troppo lungo, oltre che difficilmente praticabile. I calciatori e gli staff dovrebbero restare lontano dalle famiglie, confinati in quarantena in strutture alberghiere dove sarebbero inevitabili i contatti con il personale. Personale che avrà famiglia e che tornerà a casa, aumentando il rischio di contagio. Il dubbio dei vari club è legittimo: anche i dipendenti degli alberghi saranno posti in quarantena?

Quello dei tamponi è un altro problema che le società non intendono accollarsi. Parliamo di analisi da effettuare per giocatori e tutti i membri dello staff, tutti ovviamente in laboratori privati con costi importanti vista l’esigenza di risposte in tempi brevi.

Infine il vero, grande, dubbio che blocca ogni speranza di ripresa. Se solo un calciatore dovesse risultare positivo, l’intera squadra sarebbe posta in quarantena, facendo bloccare nuovamente il campionato. Una possibilità che rovinerebbe anche l’immagine del calcio italiano. Per non parlare delle responsabilità che andrebbero a ricadere sui medici dei club, già contrari a questa decisione.

Insomma, una serie di problemi di non facile soluzione. Da un lato un protocollo ritenuto fin troppo complicato da gestire, dall’altro la salute delle parti in causa da tutelare. Anche la politica è chiamata a scendere in campo per cercare di risolvere i problemi elencati: per permettere la ripresa del calcio vanno allentate le misure di sicurezza, sempre ammesso che le reali intenzioni della politica siano quelle di ripristinare in calcio in Italia. Intenzioni che, almeno stando a guardare le tante difficoltà, sembrano ben lontane da quelle di presidenti e tifosi.

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