Shady Habash, Galal el Behairy e altri: le storie di un Egitto che sogna la libertà 60.000 prigionieri politici in un Paese che sopprime la libertà di espressione

È un’altra storia triste, quella di Shady Habash. Forse l’ennesima, in un Egitto privato della propria libertà. Shady, regista e fotografo, muore l’1 maggio a soli 24 anni. Si trovava nel carcere di massima sicurezza di Tora, a sud del Cairo, dal marzo 2018. Il motivo della sua reclusione? Aver realizzato il video di una canzone, intitolata Balaha, che sbeffeggiava apertamente il presidente al-Sisi, criticando senza sconti i primi quattro anni del suo governo, alla vigilia delle elezioni.

LA STORIA DI SHADY HABASH

A pochi giorni dall’uscita del brano, diventato immediatamente virale con 3 milioni di visualizzazioni su Youtube, Habash veniva arrestato insieme all’autore del testo e al suo social media manager. Al momento della sua morte, il giovane regista era ancora in attesa di giudizio, dopo che, innumerevoli volte, il procuratore avesse rinnovato sistematicamente il suo arresto, senza mai dargli la possibilità di rispondere alle accuse di cui era incriminato.

Shady Habash Sei mesi fa Habash aveva scritto una drammatica lettera dal carcere: «Sono due anni che tento di ‘resistere’ da solo a tutto ciò che mi sta accadendo, perché io possa uscire da qui essendo ancora quella stessa persona che conoscete da sempre. Ma non ce la faccio ad andare avanti. Resistere in prigione significa proteggere te stesso e la tua umanità da tutto ciò che vedi e vivi ogni giorno. O impedisci a te stesso di diventare pazzo, oppure muori lentamente. Ho bisogno più che mai del vostro sostegno».

Tale storia ha fatto luce su una situazione spesso passata in sordina: la condizione delle carceri in Egitto, in cui 60.000 prigionieri politici, oltre che la restante popolazione carceraria, sono costretti a vivere in condizioni di sovraffollamento e gravi carenze igienico-sanitarie, ulteriormente peggiorate dall’emergenza epidemica da Covid-19.

L’OMBRA DEL REGIME DI AL-SISI SULLA MORTE DI SHADY HABASH

Ma non solo, sulla morte del giovane Shady Habash restano molte cose ancora da chiarire. La Procura generale egiziana ha disposto l’autopsia e fornito la propria versione dei fatti: il giovane avrebbe ingerito per sbaglio una miscela di acqua e alcol disinfettante per le mani, in dotazione alla struttura per prevenire i contagi da Coronavirus, e lo avrebbe segnalato al medico del carcere. Nonostante, però, i medici fossero a conoscenza di quanto accaduto, comunicato dallo stesso Habash, avrebbero deciso di fargli una semplice iniezione contro il vomito per poi rimandarlo in cella. Quella stessa notte, le sue condizioni sarebbero peggiorate e i tentativi di rianimarlo falliti.

Sulla morte del giovane, quindi, oltre alle accuse fatte ai medici circa la loro negligenza, graverebbe ancora una volta l’ombra del regime di Al-Sisi che, con improbabili capi d’imputazione, continua a perpetrare arresti e detenzioni arbitrarie che, nella maggior parte dei casi, non giungono ad un legittimo processo. Quella di fissare udienze per poi puntualmente rinviarle è una prassi ormai consolidata, che investe proprio quei 60.000 prigionieri politici che finiscono per logorarsi in attesa di una sentenza.

LA STORIA DI GALAL EL BEHAIRY

Anche Galal el Behairy, poeta egiziano e autore del testo della canzone Balaha, è stato condannato a 3 anni di detenzione da un tribunale militare. Le accuse a suo carico sono la diffusione di false notizie, l’abuso dell’utilizzo dei social, blasfemia e insulto agli organi militari. Dopo mesi dalla sua carcerazione, nel settembre del 2019, ha scritto diverse lettere dal carcere per chiedere aiuto e sostegno, contenenti un disperato appello dettato dalla sua condizione:

“Se leggerai questa lettera, di qualunque genere tu sia e in qualunque paese ti trovi: io mi chiamo Galal El Behairy, ho 28 anni. Mi hanno arrestato perché scrivo poesie, messo dinanzi a dei giudici che dovrebbero occuparsi di giudicare terroristi, ladri, stupratori e non scrittori, poeti e drammaturghi. Sono felice nello scrivere questa lettera e nell’immaginare che verrà letta da un umano, al di fuori di questa prigione malinconica. A quell’umano vorrei dire che ho bisogno di qualcuno che mi ricordi nelle sue preghiere e nelle sue invocazioni”

E ancora: Oggi vi scrivo di un sogno. Quanti sogni sono nati per morire tra queste sbarre? Il mio sogno è al limite tra la vita e la morte, ma vorrei comunque condividerlo, forse un giorno sarà degno di rispetto e molta tristezza. Forse si preserverà insieme alle immagini di una vita che avevamo sperato. Io, Galal el Behairy, poeta egiziano, sogno di diventare padre. Sogno un figlio che rivolga anche lui il suo volto verso il cielo, che si porti i miei geni e debolezze. Sogno una donna che vive in qualsiasi angolo di questa terra e non ho mai toccato. Nel suo utero porta un bambino che se non porterà il mio nome, vivrà un sogno che non oscilla tra la vita e la morte”

UN EGITTO ALLA RICERCA DI LIBERTÁ

Nel 2011 piangevamo la morte improvvisa, strana e senza risposta di Giulio Regeni, anch’egli torturato a morte in Egitto. Oggi, come la sua e quella di Shady Habash e molti altri, ci sono ancora  storie alla ricerca di una risposta.

Al-Sisi governa con il pugno di ferro e rende impossibile qualsiasi opposizione interna. Gli appelli delle organizzazioni a tutela dei diritti umani, per un’amnistia che possa subito concedere la libertà alle migliaia di detenuti egiziani in attesa di giudizio, sono rimasti sino ad ora inascoltati. Le morti misteriose e le detenzioni che sembrano non avere una fine, accendono l’ennesimo campanellino d’allarme su un Paese come l’Egitto, che nonostante le diverse violazioni dei diritti umani, resta ancora impunito dal Diritto internazionale.

I rapporti annuali delle organizzazioni internazionali, tra cui quello di Amnesty International, che ha più volte denunciato la situazione, non cambiano il modo in cui gli Stati, anche quelli occidentali, mantengano distesi i rapporti con l’Egitto. Ancora una volta gli interessi economici rischiano di soprassedere il focus sui diritti umani, ancora non totalmente garantiti.

Shady Habash, Galal el Bahairy, Patrick Zaky e i 60.000 prigionieri politici non sono terroristi; sono artisti, musicisti, poeti e giornalisti. Non sognano il terrore. Sognano di cantare, scrivere e denunciare le ingiustizie. Sognano che la loro terra, l’Egitto tanto meraviglioso e ricco di storia, possa respirare, finalmente, ciò che ogni essere umano ha il diritto di avere in dono: la libertà.

 

Alessandra Santoro

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