Quei dubbi (leciti) sull’inizio del contagio

Cominciano a far rumore, come sovente avviene, le inchieste di Report che, questa volta, riguardano una problematica mondiale come quella legata al Coronavirus. La trasmissione, condotta da Sigfrido Ranucci e andata in onda nella serata di ieri, ha tentato di far luce presenza del virus in Italia, ricostruendone una cronologia che va ad impattare contro quella finora nota a tutti e cioè che il virus circolava in Italia già da gennaio.

Primi sospetti

Siamo nell’area di Piacenza, tra dicembre e gennaio: vengono individuate quaranta persone affette da rara polmonite, quasi virulenta, e immediatamente si cercano collegamenti con la Cina che, però, non ci sono. Nel frattempo un anziano piacentino, ricoverato in una clinica privata, poi deceduto, risulta positivo al virus. Non Mattia, il trentottenne a tutti noto come il “paziente 1” a Codogno, ma un anziano a Piacenza. Nella stessa area dell’Emilia-Romagna si riscontra un sovradeposito anomalo al forno crematorio della città. Nel frattempo, nella clinica piacentina, comincia a crescere il numero dei contagiati (oggi sono 150 su 250 in totale), compreso il chirurgo, scoperto positivo qualche giorno prima a Tenerife. Siamo nelle settimane che precedono lo scoppio del focolaio tra Lodi e Codogno.

Non finisce qui: il 7 gennaio a Milano si riscontrano picchi di casi di polmonite, all’ospedale San Paolo ben 250 al giorno, al Niguarda si supera ogni record con una media di 350 contagi a fronte dei 270 “nella norma”. All’ospedale Sant’Anna di Como si nota un sovraffollamento insolito. Ma allargando lo sguardo al mondo, viene fuori che a New York, il giorno di Santo Stefano, si è registrato un +77% di ricoveri. In Irlanda, nei giorni conclusivi di dicembre, gli ospedali vanno in tilt per il sovraffollamento dovuto ad una influenza-killer. Dal 24-25 gennaio cominciano i primi focolai in Francia e in Germania.

Chi poteva prevedere?

Fin dalla comparsa della SARS, la comunità scientifica mondiale era stata informata circa i danni di questa tipologia di virus, molto pericolosi proprio per la loro latente aggressività. Ma il problema, a tutte le latitudini, è stato sottostimato. Sottostimato anche dai politici, avvisati ma impreparati a far fronte ad una emergenza dalla portata biblica: era cosa nota a tutti infatti che l’OMS, nell’ultimo decennio, aveva raccomandato ogni stato di dotarsi di mascherine, tamponi, respiratori e di provvedere ad adeguate sistemazioni di terapie intensive.

La circolare sospetta

Nell’occhio del ciclone ci finisce anche il Ministero della Salute. Una circolare del 22 gennaio dava due indicazioni: cercare pazienti sospetti in collegamento con la Cina ma monitorare anche casi di polmoniti acute al punto da non rispondere ad alcuna cura. Cinque giorni dopo, in una nuova circolare, scompare questo punto fondamentale, ricomparso solo lo scorso nove marzo. Troppo tardi, a causa dello scoppio dell’epidemia in tutta Italia.

Sanità fragile

Nel frattempo, quando allo Spallanzani di Roma vengono ricoverati i due coniugi cinesi, ed il virus non è ancora scoppiato, gli operatori sanitari nel romano, così come in altri punti d’Italia, continuano a lavorare senza misure di precauzione oggettivamente valide. È così anche nelle cliniche pubbliche nel milanese, dove parte del personale sanitario ha sostenuto che un certo modo di lavorare era stato adottato, dalla direzione, per “non spaventare i pazienti e le famiglie”. Versione, questa, smentita dall’ASL.

Nel frattempo, negli ospedali, la sanità è autodidatta, la sanificazione è fatta a modo proprio, il personale medico ed infermieristico lavora senza il materiale necessario per potersi proteggere da eventuali contagi che, infatti, avvengono con una puntualità svizzera. Si soffre soprattutto nei 118, dove il personale è ancora più esposto e difatti i contagi cominciano a crescere in gruppi di centinaia. È un dramma nazionale, tanto più evidente al Sud, dove la carenza è raddoppiata e gli investimenti praticamente nulli. Impossibile fermare così un virus tanto aggressivo. Ma la sensazione è che gli errori, in questa storia, siano stati tanti e commessi da molteplici attori.

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