La solitudine di Francesco

Pur restando chiusi tra le mure delle nostre case ogni giorno siamo testimoni di eventi storici. Senza interruzioni, frame dopo frame, si sovrappongono immagini destinate a scolpirsi nella nostra memoria e nei libri che verranno stampati negli a venire.

La solitudine di Francesco al centro di una Piazza San Pietro completamente desolata, quel vortice di nuvole oscure che sembra schiacciare il Pontefice durante la supplica dinnanzi all’icona di Cristo e quel suono inquietante di un ambulanza che riecheggia beffardamente tra il silenzio assoluto.

Pochi istanti dopo, questa immagine iconica si diffonde in maniera virale su quotidiani e social network. Condivisione dopo condivisione, le immagini della benedizione Urbi et Orbi, vengono accompagnate da quel messaggio semplice che riassume in maniera emblematica questo frame della nostra esistenza:  «Ci credevamo sani in un mondo malato». «Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite» e «ci siamo ritrovati impauriti e smarriti», «presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa». «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme».

Remare insieme. Tutti fragili e disorientati. Credersi sani in un mondo malato…

L’editoriale di Francesco è una perfetta sintesi dei limiti della società moderna, messi a nudo da una variabile impazzita e incontrollabile come il Covid-19. Per rivedere la luce, per dimenticare quella catasta di bare affiancate l’una all’altra, per recuperare la memoria umana del nostro Paese, per distruggere l’angoscia e tornare a respirare, è indispensabile remare tutti insieme.

Il messaggio è stato chiaro, diretto come non mai. Adesso tocca all’establishment dare una risposta concreta a livello scientifico per mettere la parola fine alla Babele che ci sta affossando.

 

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