Università: crollo verticale delle iscrizioni. Italia fanalino di coda in Europa

Università: crollo verticale delle iscrizioni. Italia fanalino di coda in Europa

BOLOGNA, 1 FEBBRAIO – E’ di oggi la notizia del CUN – Consiglio Universitario Nazionale, secondo la quale dal 2003 ad oggi le iscrizioni universitarie sono diminuite. Negli ultimi tre anni, addirittura, del 4%. Si è passati dunque dai 338.482 immatricolati del 2003 ai 280.144 odierni, un calo significativo del 17 %. E come se non bastasse l’OCSE piazza l’Italia al 34mo posto su 36, come Paese con minor laureti d’Europa. Ed ogni anno dal 2003, il Fondo di Finanziamento Ordinario diminuisce del 5%. Ciò ha comportato una riduzione dei fondi per il sovvenzionamento delle borse di studio, siamo passati dall’84% del 2009 al 75% del 2011. Questo fattore spiega la diminuzione delle iscrizioni universitarie; data la crisi economica che ci attanaglia, sempre meno sono le famiglie che possono sostenere spese ingenti come l’università. Ma se gli studenti italiani non possono nemmeno far affidamento su un diritto che gli spetta, pare la soluzione più ovvia quella di lasciare il percorso di studi. Ma è una catena di montaggio, come si sa, un’equazione ovvia: meno fondi, meno iscritti e conseguente riduzione del  personale docente. Negli ultimi anni ridotto del 22%.  Ridotti sono anche i fondi per la ricerca – che se già erano ridotti prima, avendo in Italia la media più bassa di ricercatori, ora è ai minimi storici-.

Come possiamo allora recriminare ai nostri ragazzi “la fuga dei cervelli” ? Non ci sono prove concrete per rimanere. Non ci sono aiuti, non c’è sostegno, non c’è speranza per migliorare le capacità della nostra futura forza lavoro. Vediamo come mai, la fuga pare una soluzione non solo ovvia, ma anche invitante.

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In Finlandia le università e i politecnici sono gratuiti, mentre i libri, il materiale didattico e le eventuali spese di trasporto e vitto sono a carico dello studente.

In Norvegia istituti di educazione superiore sono gratuiti, anche per gli studenti stranieri, mentre le istituzioni private richiedono spesso il pagamento di una tassa di frequenza, il cui importo non è elevato ed è identico per tutti gli studenti. Con questa cifra vengono garantiti i servizi necessari al benessere degli studenti: orientamento e sostegno psicologico, sportelli di aiuto per la ricerca della casa, organizzazione di attività sportive. L’avvenuto pagamento della tassa è obbligatorio per poter registrare gli esami.

In Francia le università pubbliche hanno tutte gli stessi costi: ci vogliono 181 euro all’anno per la licence (laurea triennale), 250 euro per i master (laurea magistrale), che diventano rispettivamente 120 e 164 se si è in possesso dei requisiti di borsista in base al reddito. Ci sono però studenti, quelli con i redditi più bassi, che pagano solo 30 euro all’anno. I dottorati costano 380 euro (254 con  borsa). Inoltre gli studenti possono avvelersi dell’aiuto del Caf, l’ente che fornisce aiuto per l’alloggio.

In Germania le università sono finanziate dai Lander, ovvero dagli Stati federali. Fino al 2005 l’università era completamente gratuita, in alcuni stati ancora oggi la tassazione è molto discussa.

Se la Costituzione sansisce il diritto allo studio, anche per coloro che non hanno i mezzi – art. 34 – pare strano che tutti i fondi che passano per le province ed i comuni siano dimezzati e/o non sufficienti. Eppure se la richiesta è minore, i fondi dovrebbero esser adeguati alla richiesta o almeno funzionali ad essa. Ma l’assenteismo degli impiegati comunali lo paghiamo con i fondi universitari? Gli stipendi dei parlamentari li stiamo pagando con le borse di studio mancanti? I fondi del partiti sono i risparmi che le famiglie italiane hanno per permettere ai figli un’adeguata istruzione? Non solo ci vogliono come massa informe senza libertà di azione, ma ci stanno rendendo anche ignoranti rimpinguandosi le tasche.

Martha Latorre

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