Tu chiamale se vuoi… elezioni. Passato, presente e futuro della guerra tra Berlusconi e Fini

Tu chiamale se vuoi… elezioni. Passato, presente e futuro della guerra tra Berlusconi e Fini

A cura di Antonio Del Prete – Martedì scorso si è consumato il primo round della resa dei conti aperta nella ormai storica direzione nazionale PDL del 22 aprile. E, almeno apparentemente, lo ha vinto Silvio. Certo non dev’essere stato facile per Gianfranco, gravato da diciassette lunghi anni di matrimonio politico, ufficializzare la rottura. Dopotutto l’ex capo di AN ha rappresentato sino a pochi mesi fa la “moglie fedele” per Berlusconi. E’ stato, cioè, l’unico alleato sempre al fianco del Cavaliere, in maggioranza come all’opposizione.

Per il vero, qualche segno d’insofferenza era apparso negli anni, dall’operazione “elefantino” alle “comiche finali”. Ad ogni modo, l’ufficializzazione della rottura definitiva è stata concessa alle telecamere di “In mezz’ora”, trasmissione condotta da Lucia Annunziata. Alla giornalista campana Fini ha rivelato, infatti, la volontà di passare all’opposizione a prescindere dall’esito del voto di fiducia che sarebbe stato espletato il martedì successivo. E ha aggiunto: «Berlusconi non vuole governare, vuole solo restare a Palazzo Chigi. Ci vuole restare finché c’è il legittimo impedimento che per lui è vitale per evitare i processi». Ebbene, nel caso in cui se ne fosse accorto solo pochi giorni fa, dopo qualche decina di leggi ad personam, desterebbe qualche preoccupazione la sua tenuta mentale. Altrimenti, data la confessione, che sottintende un suo contributo per ciò che egli chiama “evitare i processi”, bisognerebbe forse indagarlo per favoreggiamento.

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Boutades a parte, non sono venuti ancora fuori i motivi alla base di questo divorzio tumultuoso. I più sostengono che il tutto sia dovuto all’insofferenza dell’ex leader missino, stanco di fare l’eterno secondo del Cav. . I finiani negano, ma si contraddicono alla ricerca di risposte alternative. Di volta in volta replicano all’interlocutore secondo la critica mossa al loro capo. E allora: «La separazione è dovuta a profonde differenze politiche e valoriali». Oppure: «Non siamo usciti dal PDL; è stato Berlusconi ad espellerci. Altrimenti saremmo rimasti». La prima è la risposta immediata per chi li accusa di personalismo; la seconda una giustificazione atta a neutralizzare l’etichetta di traditori. Comunque, si tratta di posizioni che insieme non stanno. Dunque, la verità risiede altrove. E va scovata ripercorrendo a ritroso la legislatura.

Molti hanno criticato, soprattutto all’interno della ex AN, la scelta di Fini di optare nel 2008 per lo scranno più altro di Montecitorio. Non capivano come un leader politico di quella rilevanza potesse accettare la naftalina istituzionale. Eppure Gianfranco, in quasi trent’anni di attività parlamentare e governativa, aveva sempre mostrato di rifuggire gli incarichi operativi. Non ha mai amato, insomma, sporcarsi le mani in quella che banalmente dicesi amministrazione. E’ un oratore, uno speaker, una sorta di doppiatore del pensiero altrui. Pertanto, il suo obiettivo principale era ed è il Quirinale. Un ruolo di rappresentanza e di prestigio, niente di più. Così si spiega la rincorsa partita dalla Presidenza della Camera, carica finalizzata a ripulire le ultime incrostazioni di neofascismo, rendendo l’immagine di Fini linda, pinta e super partes. Nel 2013 sarebbe scaduto l’incarico di Napolitano, e il buon Gianfranco, con il centrodestra ancora al governo e Berlusconi o chi per lui a Palazzo Chigi, lo avrebbe sostituito. Almeno queste erano le sue intenzioni. Non quelle del Cavaliere, però. Berlusconi, infatti, all’indomani della vittoria alle elezioni regionali, mirando davanti a sé tre lunghi anni e sereni di legislatura, manifestava l’intenzione di approvare le riforme istituzionali. Presidenzialismo compreso. Inutile dire che, per ricoprire la carica di presidente della Repubblica, nonché capo dell’esecutivo, direttamente eletto dal popolo, Silvio vedeva meglio sé stesso.

Da qui la ritorsione finiana. Il “controcanto”, il “che fai … mi cacci?!?”, l’anatema berlusconiano, la creazione dei gruppi parlamentari di FLI e il “Vietnam”, sono storia nota e recente. Compongono, per di più, il mosaico della strategia del logoramento. Quel tentativo, cioè, di tagliare i rifornimenti al Governo, inaridendo la sua azione propulsiva e lasciando il Cavaliere nelle mani della magistratura; in modo da fargli abbandonare la scena. Tanto che Berlusconi, con la spada di Damocle del verdetto della Consulta relativo al “legittimo impedimento”, si è trovato nell’impossibilità di mettere una toppa legislativa ai suoi problemi giudiziari. Come si sa, infatti, incombe il processo Mills, in cui il premier sarà giudicato per corruzione in atti giudiziari mediata dall’opera dell’avvocato inglese, già condannato in separato procedimento. E’ facile comprendere l’ansia di sua Emittenza.

Ciò che non si capisce, invece, è la repentina decisione finiana di porre fine al logoramento per cercare di far saltare il banco. Perché rompere gli indugi e sfiduciare anzitempo Silvio? C’è chi dice che Gianfranco sia etero diretto dagli Stati Uniti, “infastiditi” dalla politica estera filo-russa del Cav. . Ebbene, se così fosse, data la sconfitta in Aula e alla luce dell’affaire Wikileaks, significherebbe che gli USA siano proprio alla frutta. E allora? Forse Fini si è fatto prendere la mano dall’acrimonia di un conflitto che oltre ad essere politico è personale (vedi campagna di “Giornale” e “Libero” sulla casa di Montecarlo). Inoltre, i suoi consiglieri più fidati non si sono rivelati dei temporeggiatori. Il piano B di FLI avrebbe comunque avuto lo scopo di logorare Berlusconi, mandandolo però all’opposizione, grazie alla sfiducia e alla formazione un governo di “responsabilità nazionale” (senza PDL e Lega Nord). In questo modo sarebbe venuto meno qualsiasi scudo giudiziario, mentre il nuovo arco costituzionale avrebbe messo mano alla legge elettorale.

Così, tuttavia, non è stato. Il premier è riuscito in una massiccia opera di “persuasione”, ottenendo la bocciatura della mozione di sfiducia del 14 dicembre scorso. E ora prova ad allargare la maggioranza, dapprima tendendo la mano all’UDC, per poi alimentare il mercato delle vacche. Casini ha già espresso il suo niet, inaugurando, peraltro, con Fini e Rutelli quel “Polo della Nazione” che ha già l’esplicito obiettivo di rappresentare l’ago della bilancia alle prossime elezioni, per incassare il più possibile da eventuali trattative con centrodestra o centrosinistra (il Quirinale per Fini?). Elezioni, appunto. Le stesse invocate da Bossi come “sola igiene possibile”. D’altra parte, si tratterebbe dell’unico sbocco anche per il Presidente del Consiglio, il quale, con tre deputati di differenza, non riuscirebbe di fatto a governare, restando pertanto sotto scacco della magistratura. Salvo che l’offerta di manovalanza parlamentare non si riveli talmente abbondante da permettergli di rimpinguare la maggioranza. In quel caso, al netto dei riottosi finiani, si ritroverebbe una coalizione compatta e fedele. E il verdetto sul legittimo impedimento non farebbe più paura. Resta da vedere, però, se votare nel 2013 sia più redditizio sotto il profilo dei consensi per Silvio. I sondaggi e i consiglieri spingono per le elezioni anticipate, che, a loro avviso, sancirebbero la cancellazione di Fini dalla politica. Nessuno, però, può dire con certezza come finirà.“E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire dove il sole va a morire …”

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