Fli lascia il governo e apre la crisi. Giù la maschera

Fli lascia il governo e apre la crisi. Giù la maschera

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ROMA, 15 NOV.La crisi di governo si espande come un l’eco di un rantolo in una caverna. Non è ancora stata formalizzata, come se non pronunciarne il nome possa renderla meno pericolosa.

Erano solo congetture fino a qualche tempo fa, quelle che oggi si sono imposte con una propria forma e consistenza, scuotendo ulteriormente l’orizzonte italiano.

I membri di Futuro e Libertà, capitanati da Gianfranco Fini, hanno ufficialmente lasciato il governo, questa mattina, innalzandosi in una nuova alleanza che raccoglie tutti i partiti di centro, MpA, Api e UdC.

Inoppugnabile gesto di dissenso verso una maggioranza di governo che, a quanto pare, ha perso il diritto di definirsi tale.

Il declino del governo Berlusconi è ormai incontrovertibilmente sancito, probabilmente già work in progress dal giorno in cui Gianfranco Fini ne prese le distanze, dapprima, in punta di piedi, per ragioni politiche e personali, ormai impossibili da scindere in questa democrazia dell’opinione.

Il Cavaliere impavido, chiama a raccolta i fedeli rimasti: convocato vertice con la Lega, in serata, per pianificare, reagire, contendersi il trono.

Ci si chiede, a ragion di vedute, quale sia la vera priorità per il Presidente del Consiglio, se quella di mantenere la poltrona, o quella di fare il bene del paese.

A suo dire, si tratta di due condizioni consequenziali, come che se spostasse il dito da sotto l’Italia per un attimo ci schianteremmo tutti al suolo.

Ci si chiede, se il Cavaliere sia più affezionato al suo titolo piuttosto che allo scopo per cui gli è stato conferito: il bene e l’interesse di un’Italia sottosviluppata, economicamente, culturalmente e politicamente, che ancora una volta verrebbe sacrificata in nome del mantenimento di un potere ripetutamente costretto a piegarsi su questioni che non avrebbero invece mai dovuto riguardarlo e riguardarci.

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Il giocoliere ammaliatore ha da scontrarsi oggi con il diffuso disincanto sociale, e non fa più presa come un tempo, in un’Italia che in lui ha smesso di riconoscersi sin da quando l’enorme ricchezza di un unico centro, ha diffuso l’immensa povertà concentrica intorno, e le ideologie capitaliste su cui ha sempre fatto leva per la costruzione del consenso, che hanno mosso un decennio di imprese e di mercati sono crollate di fronte alla perdita di credibilità che la crisi ha portato al sistema del credito e della finanza, e di fronte al conflitto che ne è scaturito tra banche/finanziarie e imprenditori/imprese.

La gestione del potere sbilanciata più sulla difesa della propria impunità dalla legge, del proprio patrimonio, dei propri interessi, piuttosto che sulla ricerca di un sistema politico, sociale ed economico nuovo, che possa adeguare il vecchio assetto sociale alla dimensione di crisi globale in cui siamo inseriti, ha fatto sì che l’intero paese fosse alla mercé di un non-governo, o meglio un governo dell’apparenza, che metteva i lustrini alle finestre mentre sotto si sgretolavano le fondamenta.

Non serve più demonizzare la sinistra, la stampa, e le presunte trasmissioni tv “diffamatorie”, tentando di spostare l’attenzione sul conflitto piuttosto che sulla causa che lo alimenta, additando un nemico su cui esternalizzare le responsabilità, passando più tempo a imbavagliare chi porta alla luce i problemi piuttosto che provare a cercarne la soluzione.

E allora, tagliate le mani agli scrittori, la lingua ai giornalisti, truccate la faccia dell’Italia con un gran sorriso da clown, in modo che nessuno veda il suo muso rotto.

Ma il trucco sta inesorabilmente colando.

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Giù la maschera, Cavaliere. Guardiamola in faccia, la realtà.

A cura di Fabiana Palano

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