Sakineh è ancora viva, rimane la minaccia di un’esecuzione imminente

Sakineh è ancora viva, rimane la minaccia di un’esecuzione imminente

TEHERAN, 4 NOV. Sakineh Mohammadi Ashtiani, la 43enne iraniana condannata a morte per adulterio e concorso in omicidio del marito, non è stata giustiziata oggi, come annunciato dal Comitato internazionale contro le esecuzioni sul sito web. La notizia è stata riferita all’ANSA dalla portavoce del Comitato internazionale contro le esecuzioni, Mina Ahadi. ”La signora Ashtiani non è stata giustiziata oggi, ma per lei la situazione rimane pericolosa”, ha detto Ahadi, “Le proteste globali sono riuscite per il momento a impedire l’esecuzione, tuttavia, la minaccia di un’”esecuzione imminente rimane”, conclude il comunicato. Il ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, nel corso di una conferenza stampa in Georgia ha dichiarato che la decisione finale sulla sorte di Sakineh Mohammadi-Ashtiani “non è stata ancora presa”. L’esame di “questa vicenda deve essere fatto nel quadro della legge”, ha poi aggiunto Mottaki. Sakineh, madre di due figli, è rinchiusa da quattro anni nel braccio della morte nel carcere di Tabriz, nella regione nordoccidentale dell’Iran.

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Nel comunicato del Comitato internazionale contro le esecuzioni si legge che “milioni (di persone) a livello mondiale si sono mosse immediatamente e hanno inviato lettere di protesta alla Repubblica islamica di Iran e ad altri governi chiedendo un’azione immediata”. Numerosi governi, “inclusi quelli francese, italiano, svedese, americano, oltre al Parlamento europeo e all’Unione europea – prosegue la nota -, hanno risposto immediatamente e hanno chiesto che la sua esecuzione fosse fermata”. Inoltre, osserva il Comitato, ieri “ci sono state alcune dimostrazioni, incluse quelle di Berlino, Bruxelles, Londra, Parigi, Roma e Washington”. La nota conclude con un appello: “chiediamo che la gente continui con le proteste, facendo pressione sui governi e sulla Repubblica islamica di Iran”.

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La triste vicenda di Sakineh merita la solidarietà della comunità internazionale, sarebbe doverosa, però, una riflessione, anche sulle altre condanne a morte, eseguite senza clamore in tanti paesi del mondo, Stati Uniti compresi.

Cristina Reggini

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