ROTTURA BERLUSCONI-FINI: PER GIANFRANCO LE RAGIONI DI OGGI SONO LE COLPE DI IERI

ROTTURA BERLUSCONI-FINI: PER GIANFRANCO LE RAGIONI DI OGGI SONO LE COLPE DI IERI

(a cura di Antonio Del Prete) Ha ragione Gianfranco Fini quando lamenta l’appiattimento del Popolo della Libertà sulle posizioni leghiste. E’ vero pure che tale atteggiamento, politicamente subordinato, del primo partito italiano non fa che liberare voti in favore dei “padani” al nord. Non sbaglia nemmeno, il Presidente della Camera, quando cerca di contrastare il caricatore di leggi ad personam fatto esplodere a casaccio dalla maggioranza per tenere al riparo Berlusconi dagli attacchi giudiziari. E’ difficile, inoltre, dargli tutti i torti nel momento in cui si spazientisce per i comportamenti del Cavaliere, che qualcuno ha definito “cafonaggine istituzionale”. Infine, Gianfranco ha i suoi buoni motivi per chiedere maggiore dibattito e democrazia interna in un partito governato dall’assolutismo di un uomo solo al comando.

Tuttavia, le ragioni dell’oggi assomigliano molto all’esterno di una porta, che Fini ha chiuso per sempre, sincerandosi prima di spegnere bene la luce nella stanza. Gli uomini della ex Alleanza nazionale, accusati dal vecchio Presidente di essersi venduti al re di Arcore, costituiscono l’intersezione tra passato e presente. Cardini dell’ipotetico uscio. Colonnelli prima e colonnelli adesso. Proprio nella scelta dei suoi più stretti collaboratori, dunque, risiede uno dei peccati di Fini, rivelatisi gravi nell’attuale esperienza berlusconiana. Infatti, l’ex segretario del Fronte della Gioventù, cooptato da Almirante al comando dei giovani del MSI nonostante fosse arrivato quinto ai voti, si è circondato di personaggi pronti a tutto pur di restare a galla. Cortigiani a palazzo e critici impietosi al bar. Non era poi così difficile immaginare che i vari Gasparri, Matteoli e La Russa si sarebbero da subito messi all’ombra del nuovo e lucente capo. L’errore, quindi, sta a monte, quando Fini, da presidente di AN, ha totalmente azzerato la democrazia interna, circondandosi di soggetti compiacenti. Ora, a causa del contrappasso che la sorte gli ha riservato, ne paga le conseguenze sia per l’inaffidabilità dei suoi ex sodali, sia in termini di una strozzata partecipazione alle sorti del PDL.

[ad#Juice Banner]

La metafora dell’uscio si compie immaginando la parte interna della porta, laddove, riscaldate da un Fiamma spenta, si annidano le colpe del passato. Il Presidente della Camera rimprovera oggi a Berlusconi il dominio leghista, quando è stato lui stesso negli anni a subappaltare la destra politica al partito di Bossi. I famosi “strappi” sul voto agli immigrati, sulla fecondazione assistita, sul Corano nelle scuole (e chi più ne ha più ne metta) hanno lentamente fatto scivolare il voto di destra nella cassa leghista. Prima al nord, poi anche in Toscana, nelle Marche e in Umbria. Oggi che la Lega Nord rappresenta agli occhi dell’opinione pubblica l’ala estrema della compagine governativa, Fini vorrebbe che il suo partito si distinguesse per moderazione e progressismo. In questo senso è paradossale che la componente di destra di un partito di destra si sia trasformata nella corrente di sinistra di una compagine di centro.

Al di là dei giochi (mica tanto) di parole, non si capisce poi dove il buon Gianfranco abbia trascorso il suo tempo quando, tra il 2001 e il 2006, il Governo del Cavaliere metteva in campo la prima sfornata di leggi ad personam. Insomma, Berlusconi va per i 74 anni e Fini lo frequenta almeno dal ’93. E’ vero che l’ultimo Silvio passa meno la palla che in passato, ma che fosse un dribblomane si sapeva da un pezzo. Di cosa si lamenta, quindi, l’eterno secondo?

Più realisticamente dovrebbe essere il destino cinico e baro il bersaglio delle sue invettive. Oltre alla grande ambizione cui non corrisponde pari coraggio. Non fece in tempo, infatti, a rinnegare tre volte il Cavaliere nel 2007 (“siamo alle comiche finali”, n.d.r.), quando il gallo “Veltrone” cantando annunciò la vocazione maggioritaria del neonato PD. Mastella s’incazzò, Prodi cadde e Berlusconi salì sul predellino per fondare il PDL. Messo con le spalle al muro, vedendo le sue ambizioni turbate dalla pistola alla tempia di una triste fine, si accodò anche Gianfranco. Sostenuto, infine, dal luciferino suggerimento di La Russa, Fini, invece di partecipare al Governo o farsi uomo di partito, prenotò una posizione imparziale, diventando la terza carica dello Stato. Dal trono di Montecitorio pensava di restare sulla cresta dell’onda, contando, in una solitaria traversata del deserto, di distinguersi dalla villania di Bossi e Berlusconi, per essere accreditato dall’opposizione chic e democratica. E così è stato. Road to Quirinale 2013, unico coerente traguardo di una “eterogenesi dei Fini”. Peccato, però, che sulla medesima via si sia ora incamminato Silvio piè veloce; il quale ha più da perdere, ma Gianfranco ha meno carte in mano.

Antonio Del Prete

Leave a Reply

Your email address will not be published.