BALLOTTAGGI: IL PD PERDE ANCHE LA ROSSA MANTOVA. CONTINUA L’AGONIA DI UN PARTITO PRIVO DI LEADER E D’IDENTITÀ

BALLOTTAGGI: IL PD PERDE ANCHE LA ROSSA MANTOVA. CONTINUA L’AGONIA DI UN PARTITO PRIVO DI LEADER E D’IDENTITÀ

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Sodano è il nuovo sindaco di Mantova(A cura di Antonio Del Prete) – I ballottaggi delle amministrative confermano ciò che già si sapeva. Infatti, al di là della normale alternanza democratica caratterizzante i comuni dove centrosinistra e centrodestra grosso modo si equivalgono, permane un forte vento di centrodestra. Certo non una tempesta reale, poiché l’astensione continua a divaricare il rapporto tra cittadini e politica, ma una tendenza imponente tra i militanti del voto.

Dunque, i due schieramenti contrapposti si spartiscono i quattro capoluoghi di provincia in ballo, con Macerata e Matera che di poco vanno al centro-sinistra, mentre Vibo Valentia e Mantova saranno amministrati dal centro-destra.

E’ proprio la città padana ad esprimere il maggiore significato politico degli ultimi scrutini. Innanzitutto perché da sessantacinque anni a questa parte si trattava di un presidio rosso in una regione tinta d’azzurro. Non a caso Maroni l’ha definita “la Bologna lombarda”. Inoltre, fino a cinque anni fa la prospettiva del ribaltone rappresentava una ipotesi remotissima. L’ex sindaco mantovano, infatti, si attestava sul 60% dei consensi, ma il PD negli ultimi due anni ha visto evaporare il 16% dei voti. L’amministrazione Burchiellaro, che molti prendevano a modello, è stata però messa da parte, un po’ per dissidi interni, un po’ per dare spazio al luna park delle primarie.

Confrontando l’andamento del PD con quello della Lega Nord sorgono evidentemente riflessioni di carattere generale. Il partito di Bossi, anche in occasione degli ultimi ballottaggi, ha confermato la sua crescita irrefrenabile, conquistando tra l’altro i comuni di Vigevano e Castelfranco, nei quali l’avversario era addirittura il candidato del PDL. Nella cittadina lombarda le “camicie verdi” si sono imposte con un sonoro 72%, strappando consensi pure agli elettori di sinistra, mentre nel paese trevigiano il neo-sindaco ha persino spocchiosamente promesso l’elemosina di un assessorato ai “nemici” berlusconiani. Un trionfo, insomma, cui fanno da contraltare la tenuta del PDL, che si fa vittoria di coalizione, e il tonfo democratico.

Se, però, nel PDL il talismano Berlusconi riesce abbastanza bene a neutralizzare una evidente “eterogenesi dei Fini”, il partito “mai nato” democratico sembra già scontare tutti i difetti genetici. Mille e mille sono i problemi del PD, ben evidenziati dalla disfatta mantovana. In primis l’atavica carenza di leadership, sottolineata impietosamente dal fatto che Bersani, Fassino e D’Alema si erano spesi personalmente nel capoluogo lombardo per difendere una delle ultime roccaforti. E non bastano le primarie, spesso teleguidate, a far emergere figure popolari e carismatiche. Ciò di cui non si rendono conto i dirigenti democratici è la mancanza di credibilità, determinata da trent’anni di permanenza al vertice prima del PCI, dopo del PDS, poi dei DS, infine del PD, annacquando progressivamente l’iniziale identità corposa. Un po’ come si fa con il vino, per venderne di più. Peccato, però, che poi il cliente se ne accorga e preferisca quello rustico, o forse più commerciale, dal gusto comunque deciso, della Lega Nord (o dell’IDV). Certo l’identità comunista e operaista avrebbe costituito una pesante obsolescenza di fronte allo smantellamento dei distretti industriali. Sicuramente il vecchio Marx sarebbe stato in difficoltà nello spiegare l’allargamento del benessere consumista, la crescita del ceto medio, e l’espansione del terzo settore. Tuttavia, non è possibile affrontare i mutamenti sociali facendo indicare la strada agli stessi protagonisti di ieri, i quali via via si affannano alla ricerca di un volubile riformismo e di una incestuosa moderazione. Sono vent’anni che gli ex-PCI ripetono lo stesso grossolano errore, provando a reinventarsi non per qualche crisi di coscienza, bensì per pura ambizione elettorale. Dapprima cambiando nome e simbolo, ma perdendo voti. Poi, fondendosi con i democristiani di sinistra, salvo smarrire per strada il cofondatore Rutelli (e i suoi) e ri-perdere voti. La gente vota Berlusconi (il PDL), l’anti-Berlusconi (l’IDV), i fautori dell’ordine e dell’anti-immigrazione (Lega Nord), e, ultimamente, coloro che a tutto questo si oppongono (i “grillini”). Non è dato, invece, sapere che cosa sia il Partito democratico, se non un ordine entropico e sparso di individui, ciascuno con una storia diversa, che non si sa bene dove vogliano andare.

Antonio Del Prete

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