LA LEGA NORD, IL DOGMA FEDERALISTA E L’OPPOSIZIONE POSSIBILE

LA LEGA NORD, IL DOGMA FEDERALISTA E L’OPPOSIZIONE POSSIBILE

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Umberto Bossi(A cura di Antonio Del Prete) – Indubbiamente la questione che ha suscitato le maggiori attenzioni nel dopo elezioni è stata quella relativa al successo della Lega Nord. Il partito di Bossi, in miracolosa controtendenza rispetto a tutti gli altri presenti nel Parlamento, non ha perso voti; il che, in un contesto di grande astensionismo, ha significato la crescita impressionante delle percentuali.

Diverse sono le ragioni di questo successo. Senz’altro la massiccia presenza territoriale, che tramuta la mera quotidianità in una campagna elettorale permanente, fatta di azione, amministrazione e visibilità. Inoltre, la grande capacità comunicativa, che imprime nella testa degli elettori slogan straordinariamente incisivi a fronte di un’azione politica tutt’altro che barricadiera. Il supporto delle camicie verdi, infatti, non è mai mancato alle periodiche sanatorie di immigrati irregolari attuate dai vari governi Berlusconi. Così come la bava alla bocca dei comizi “padani” non si è concretizzata nella chiusura delle frontiere o quantomeno nella diminuzione degli sbarchi. Anzi. Sebbene il Presidente del Consiglio abbia annunciato solennemente che non approdano più stranieri sulle coste Italiane, i flussi sono ben lungi dal cessare. In fondo, anche il racconto dell’immigrazione ne determina la percezione, e certo non saranno le opposizioni solidaristiche a soffiare sul fuoco di una convivenza problematica.

Risulta, poi, difficilmente comprensibile l’affermazione leghista (anche nell’Italia centrale) se non si confrontano due dati. Elezioni politiche 2006: 4,58 %. Elezioni europee 2009: 10,2 %. Trentasei mesi e quasi un milione e mezzo di voti di distanza, al di là delle percentuali. Giova ricordare che il magro risultato di quattro anni fa veniva conseguito dopo aver ottenuto la devolution (obiettivo storico della Lega), qualche mese prima che il referendum la bocciasse. Insomma, un lustro di governo (nel quale è stata approvata anche la legge Bossi-Fini sull’immigrazione), culminato col raggiungimento dello “scopo sociale”, avrebbe dovuto portare ben altre gratificazioni elettorali al partito di Bossi. Invece l’exploit arriva nel 2008, nel 2009, nel 2010: anni segnati da un trend positivo della Lega nord e da uno negativo del Popolo della libertà. Quale la spiegazione? Il biennio prodiano non rende comprensibile un dato che si fa tendenza nonostante un 2008 caratterizzato dal record degli sbarchi. La ragione (non esaustiva) va dunque ricercata nella fine di Alleanza Nazionale, con la quale Gianfranco Fini ha subappaltato la “destra politica” alla Lega.

Tuttavia, gli analisti e gli altri partiti continuano a pensare che sia il federalismo ad esercitare la maggiore presa sull’elettore. Tanto che, dopo una iniziale opposizione, è diventato un punto principale di quasi tutti i programmi politici. Verrebbe da dire che i leghisti, non solo hanno imposto a forza di voti un tema nell’agenda politica del Paese, ma hanno determinato un cambiamento “culturale”. Una sorta di complesso d’inferiorità che si accresce di sconfitta in sconfitta (indipendentemente dal fatto che diminuiscano i voti o si abbassino le percentuali) e consiglia alle altre forze politiche di pensarci due volte prima di attaccare la Lega. Così, gli uomini in camicia verde, da portatori ignoranti di populismo, sono “divenuti” quelli che veramente e pragmaticamente si approcciano alle esigenze della gente. La sinistra si guarda bene dall’opporsi al federalismo antisolidale dei “padani”, già accettato dal centro-destra, che, peraltro, su immigrazione e sicurezza, riconosce sostanzialmente le ragioni leghiste. Il partito di Bossi, quindi, accreditato dai continui riconoscimenti di avversari ed alleati, ha visto i propri cavalli di battaglia diventare veri e propri dogmi. Ma è davvero tutto così indiscutibile ?

Il federalismo, ad esempio, ha caratterizzato nella storia sempre processi aggregativi. Mai il contrario. Stati con tradizioni, culture, ordinamenti giuridici particolari si univano per motivi storici o geopolitici, dotandosi, tuttavia, di uno strumento che tutelasse le differenze esistenti. In Italia ciò non è accaduto all’epoca dell’unificazione, ma lo si vorrebbe imporre ora che, in un modo o nell’altro, si è compiuto il processo di omogeneizzazione. Certamente vanno salvaguardate le specificità locali, la cui esistenza valorizza il sentimento nazionale, ma c’è davvero bisogno di una riforma disgregatrice ? Parrebbe di no, stando all’andamento elettorale della Lega sopra analizzato. Eppure si parla del federalismo quale esigenza fondamentale. “Roma ladrona!” – sbraitano ancora i leghisti, come se il centralismo fosse la madre di tutti gli sprechi. E le regioni con le loro decine di consiglieri stipendiati come parlamentari ? E’ impossibile ignorare le tante caste regionali, che, dopo i privilegi, hanno ottenuto sempre di più la legittimazione a conservarli ed estenderli. Si dirà: col federalismo fiscale ognuno sarà responsabile delle sue spese e ne risponderà direttamente ai cittadini. Ebbene, non si vede come la competenza ad istituire nuove imposte o a distribuire le risorse possa impedire la costituzione di sistemi castali a livello locale. Tanto più che le regioni hanno anche la possibilità di deliberare la propria legge elettorale (non si capisce, peraltro, secondo quale esigenza di autonomia: tradizioni, usi, costumi elettorali ?!?), stabilendo, se dal caso, eventuali sbarramenti “ammazza outsider”.

Un ulteriore argomento sostenuto dai federalisti consiste nel proposito di creare una virtuosa concorrenza tra regioni. In tal senso, il federalismo rappresenterebbe una sorta di liberismo “giuridico e fiscale”, laddove lo Stato indietreggia per lasciar spazio ai territori. Questi competerebbero tra di loro su “prodotti” come la sanità o la scuola. Il parallelismo con il pensiero economico regge ancor di più se si pensa ad uno degli errori capitali della dottrina politica: la considerazione della situazione iniziale. Così come – soprattutto in Italia – la concorrenza perfetta è resa impossibile dalla preesistenza di concentrazioni (di capitale) e posizioni dominanti (familistiche), è impensabile che la Campania o la Basilicata possano competere con Lombardia ed Emilia-Romagna per la qualità del servizio sanitario. In questo modo un lavoratore dipendente lucano e uno emiliano (che certamente non evadono il fisco), a fronte di una corretta contribuzione, usufruirebbero di servizi potenzialmente agli antipodi. Che senso avrebbe parlare ancora di Italia in un contesto nel quale nemmeno la salute fosse un diritto riconosciuto a prescindere dal territorio di residenza ? Uno Stato unitario dovrebbe adoperarsi per garantire a tutti i suoi cittadini diritti fondamentali come l’istruzione, il lavoro, la casa, la sicurezza, e non deresponsabilizzarsi lasciando le periferie in balia di se stesse. Sarebbe strumentale parlare di federalismo a livello politico e fiscale, ignorando lo squilibrio tra il nord e il sud del Paese. E’ semplice, peraltro, immaginare che il massimo grado di autonomia territoriale aumenterebbe a dismisura le distanze. D’altronde, il Trentino-Alto Adige e la Sicilia, entrambe regioni fortemente autonome, non sono proprio la stessa cosa. Tuttavia, è del tutto legittimo che la Lega Nord, partito riunito nel 1997 sulle rive del Po per chiedere la secessione della Padania, invochi una riforma del genere. E’ vergognoso l’atteggiamento politicamente e culturalmente sottomesso degli altri partiti.

Occorre, in definitiva, una opposizione forte al progetto “padano”. Senza etichettature controproducenti (che celano una pericolosa sottovalutazione di Bossi & Co.), muovendo dall’accettazione del principio di sussidiarietà (originato da una delle istituzioni più centralizzate e gerarchizzate: la Chiesa cattolica), è possibile contrastare tenacemente il federalismo leghista; puntando il dito sugli sprechi e sulle caste locali, sulla disgregazione nazionale di fatto, che ne deriverebbero, e rilanciando sul piano della lotta all’evasione, alla criminalità e alla casta. Un pensiero, un movimento o un partito in questo senso autenticamente nazionali, non solo svolgerebbero il necessario ruolo dialettico di pungolo polemico rispetto alla vulgata leghista, ma potrebbero intercettare il consenso, ideale o elettorale, di tutti coloro che al progetto della Lega nord si oppongono rassegnati ed in silenzio.

Antonio Del Prete

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