LO SCONTRO FINI BERLUSCONI E L’ARMA SPUNTATA DELLE ELEZIONI ANTICIPATE

LO SCONTRO FINI BERLUSCONI E L’ARMA SPUNTATA DELLE ELEZIONI ANTICIPATE

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(A cura di Stefano Spillare) – Dopo che Schifani l’ha tirata in ballo, l’arma di ricatto delle elezioni anticipate scatena lo scontro nella maggioranza e ne palesa le divisioni

Dopo la bocciatura del Lodo Alfano, il livello di scontro tra maggioranza e opposizione è salito di parecchio, aggravato dal varo della legge sul “processo breve”, unanimemente vissuta dalle opposizioni come l’ennesima “porcata” per salvare il Premier dai processi che lo riguardano, mentre la maggioranza la usa palesemente quale arma di ricatto al fine di trovare una soluzione condivisa al presunto complotto ordito dalla “magistratura politicizzata”.

Non tutta la maggioranza, tuttavia, sembra adattarsi alla linea. In particolare la frangia finiana degli ex AN mostra sempre più insofferenza verso il clima dirigista che si respira nel Pdl: “clima da caserma” lo ha definito lo stesso Fini, il quale ha anche esternato la sua contrarietà al verticismo berlusconiano, affermando che “spesso Berlusconi confonde la leadership con la monarchia assoluta”.

Non c’è da stupirsi, quindi, che si arrivi a paventare addirittura elezioni anticipate. Infatti, dopo che il Presidente della Camera aveva espresso contrarietà anche sul ddl sui “processi brevi”, escludendo la possibilità di comprendervi anche le “prescrizioni brevi”, ma aprendo all’immunità parlamentare, Berlusconi e i suoi più fidi collaboratori tentano di metterlo alle strette per non incorrere in altri altolà.

Nei giorni scorsi, infatti, per bocca del Presidente del Senato Renato Schifani, la possibilità di un voto anticipato ha fatto ufficialmente capolino nel dibattito pubblico. Schifani ha espressamente affermato: “Se all’interno della maggioranza viene meno la compattezza, non ci resta che andare alle elezioni anticipate”, unico strumento per “non tradire la scelta dei cittadini”.

L’uscita di Schifani è stata letta come una esplicita minaccia o, quanto meno, come la riprova delle tensioni nella maggioranza, tutt’altro comunque che una boutade estemporanea, ma piuttosto come una precisa strategia.

Lo stesso messaggio è stato oggi, infatti, ripreso e amplificato dal capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, il quale, intervenuto a “La telefonata”, la rubrica di Maurizio Belpietro su Mattino 5, pur augurandosi che “Berlusconi e Fini vadano d’amore e d’accordo”, ha ritenuto di bacchettare coloro che “si svegliano alla mattina, straparlano e poi dicono anche che il partito non deve essere una caserma”, augurandosi poi che i coordinatori nazionali convochino “settimanalmente o quindicinalmente gli organismi dirigenti del Pdl” al fine di definire – meglio se all’unanimità ma anche per semplice maggioranza – una linea che poi dovrà essere seguita da tutti.

Cicchitto dice di preferire questo “all’extrema ratio” di elezioni anticipate, ma come paletto mette il riconoscimento della leadership di Berlusconi, “perché – dice il capogruppo Pdl – noi abbiamo preso i voti in nome di questa leadership e del messaggio che lui ha mandato agli elettori”.

Tutto l’establishment governativo quindi manda un chiaro messaggio, esplicitato ancor meglio dal portavoce Daniele Capezzone: tutta la maggioranza deve “dimostrare compattezza e lealtà rispetto al Premier“. Mentre sullo scenario di elezioni anticipate, senza tentennamenti Capezzone afferma: “é nelle cose”.

Lo stesso Silvio Berlusconi, d’altronde, ha espresso indignazione nel vedere “messa quotidianamente alla berlina l’immagine del presidente del Consiglio” e avrebbe pure confidato: “verrebbe voglia di dimettersi”.

Ma di fronte al diktat dei berlusconiani, Fini rilancia: “se non vuole le elezioni si può aggiustare tutto, altrimenti si sfascia tutto”.

Una affermazione con la quale il Presidente della camera mostra di non temere troppo la minaccia, forte, forse, del silenzio della Lega, che ha convocato un vertice del partito per venerdì. Per ora, infatti, il carroccio non si pronuncia e il Ministro Maroni, solo velatamente, ha ribadito che loro “sono impegnati nelle riforme” per le quali però serve “una maggioranza coesa”.

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