MAFIA, IL BOSS RACCUGLIA NON HA NIENTE DA DIRE. PIZZINI RITROVATI NEL COVO DI CALATAFIMI

MAFIA, IL BOSS RACCUGLIA NON HA NIENTE DA DIRE. PIZZINI RITROVATI NEL COVO DI CALATAFIMI

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PALERMO, 16 NOV. Non ho niente da dire” – queste le parole del boss Domenico Raccuglia, rilasciate subito dopo il suo arresto, davanti al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene.

Un altro grande successo delle forze dell’ordine, dello Stato, della società civile. L’arresto del boss ricercato da anni perchè accusato di efferati crimini, è una bella notizia per tutti i siciliani che sperano e vogliono con forza che questa terra sia liberata dalla mafia. A nome di tutto il governo regionale voglio congratularmi con il ministro dell’Interno e con il capo della Polizia: questa importante operazione testimonia la voglia di non abbassare la guardia” – spiega Raffaele Lombardo, Presidente della Regione, dopo la cattura del boss mafioso Domenico Raccuglia.

LA SUA LATITANZA E’ DURATA 13 ANNI. Così Domenico Raccuglia, detto “Mimmo”, ha trascorso la sua prima notte da arrestato in una cella di sicurezza presso la squadra mobile di Palermo. Ora sono sotto esame i pizzini ritrovati ieri pomeriggio all’interno di uno zaino nascosto, dal numero due di Cosa nostra, in una palazzina di Calatafimi in provincia di Trapani.

I poliziotti della Catturandi e del Servizio centrale operativo stanno esaminando i contenuti dei “pizzini”. Assieme ai documenti c’erano 120 mila euro in contanti, le due pistole e la mitraglietta di fabbricazione cinese conservati nello stesso zaino, che Raccuglia ha lanciato dalla finestra al momento del blitz.

Si ipotizza che quelle armi siano state utilizzate in uno degli omicidi avvenuti negli ultimi mesi a Partinico e Borgetto, i due territori in provincia di Palermo su cui Raccuglia aveva esteso il suo controllo.

Domenico Raccuglia era tra i trenta latitanti segnalati nel sito del Ministero degli Interni. Raccuglia era ricercato per omicidi, associazione di stampo mafioso, rapina, estorsione ed altro. Per gli investigatori sarebbe il numero due di Cosa Nostra, dopo Matteo Messina Denaro.

Quando i magistrati sono entrati nell’ufficio della squadra mobile, Raccuglia in manette si è subito alzato, ha fatto un cenno rispettoso di saluto, ma ha precisato che non intendeva rispondere ad alcuna domanda. Sussurrando: “Avete visto in che condizioni vivevo?”.

L’INDAGINE – ”Abbiamo arrestato un capomafia in piena operatività”, ha detto Alessandro Marangoni, questore di Palermo, durante la conferenza stampa convocata ieri in tarda serata. E ha aggiunto: “Questa è l’ennesima delle battaglie vinte, adesso bisogna vincerne altre, in vista della vittoria finale”.

Nella lista dei poliziotti della Catturandi comparirebbe anche il nome di Gianni Nicchi, giovane boss che in tre anni di latitanza è già diventato il numero uno a Palermo.

Al vertice di Cosa nostra resterebbe, però, il latitante trapanese Matteo Messina Denaro.

Gli investigatori erano sulle tracce di Raccuglia da un paio di settimane. Seguendo alcuni favoreggiatori erano giunti alla palazzina di via del Cabbasino 20, nel centro di Calatafimi. L’immobile di quattro piani, era apparentemente disabitato. Di tanto in tanto la coppia di proprietari portava bidoncini di acqua o vivande. La svolta è arrivata venerdì sera, quando da una finestra è apparsa l’immagine di un televisore in funzione. I poliziotti avevano sistemato delle telecamere per riprendere ogni angolo della palazzina: ieri, hanno visto entrare la coppia dei proprietari, con un sacchetto. Pochi minuti dopo, marito e moglie sono usciti. E il televisore, al quarto piano della palazzina, è tornato ad accendersi.

Assieme a Raccuglia, arrestati, quindi, anche i proprietari della palazzina, entrambi incensurati: Benedetto Calamusa, 44 anni, e la moglie Antonia Soresi, di 38. Per loro l’accusa è quella di favoreggiamento.

Per gli inquirenti non è un caso che Raccuglia si nascondesse in provincia di Trapani. “Adesso, speriamo che l’arresto di questo latitante possa indebolire Messina Denaro”, commenta Antonio Ingroia. I magistrati sperano che dall’attento esame dei “pizzini” possano ottenere importanti indicazioni, in modo da poter ricostruire i nuovi assetti dell’organizzazione mafiosa e gli affari su cui i boss avevano puntato.

Raccuglia dovrà scontare tre ergastoli, fra cui quello per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Mario Santo, che Giovanni Brusca voleva ricattare per indurlo alla ritrattazione. Raccuglia fu uno dei carcerieri del bambino.

“L’arresto di Raccuglia è uno dei colpi più duri inferti alle organizzazioni mafiose negli ultimi anni perchè era di fatto il numero due di Cosa Nostra” – con queste parole il Ministro degli Interni Roberto Maroni, in qualità di responsabile del Viminale, ha telefonato al Capo della Polizia, il prefetto Antonio Manganelli, per congratularsi dell’operazione eseguita dalla Squadra Mobile di Palermo.

Rita A. Cirelli

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