CASO CUCCHI. PARLA UN AGENTE: “MA QUALI BOTTE. STANNO CERCANDO SOLO UN CAPRO ESPIATORIO”

CASO CUCCHI. PARLA UN AGENTE: “MA QUALI BOTTE. STANNO CERCANDO SOLO UN CAPRO ESPIATORIO”

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ROMA, 15 NOV.«Ma quali botte, quale pestaggio? A quel ragazzo abbiamo offerto anche il caffè, una sigaretta. Stava male e abbiamo chiamato il medico»: questa la versione di Nicola Minichini, uno dei tre agenti della polizia penitenziaria indagati dalla procura di Roma per la morte di Stefano Cucchi.

«Se c’è qualcuno che intende piantare chiodi e cercare un capro espiatorio, ha sbagliato, si scelga un’altra croce. Questa vicenda è ancora all’inizio e si dovranno verificare molte cose: tanti particolari non tornano a cominciare dal fatto che si è dato credito a un presunto “supertestimone”, uno spacciatore nonché immigrato clandestino». Così ha commentato il legale dell’agente, mettendo in dubbio le dichiarazioni di S.Y., il senegalese che ha affermato di aver visto gli agenti picchiare Stefano Cucchi nel seminterrato del tribunale.

Intanto oggi S.Y., immigrato clandestino, arrestato per possesso di stupefacenti, è stato trasferito in una comunità per tossicodipendenti nelle vicinanze di Roma, dove è agli arresti domiciliari. Il provvedimento è volto alla protezione di quello che per ora è il testimone chiave dell’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. La scarcerazione è stata adottata per evitare che l’immigrato subisca pressioni affinché ritratti le sue precedenti dichiarazioni, in vista dell’incidente probatorio dove la sua versione sarà ufficialmente messa agli atti dai magistrati.

Parla anche la dottoressa dell’ospedale Pertini, indagata insieme ad altri due medici per omicidio colposo: «La cartella clinica parla da sè – spiega il medico – quando Cucchi è arrivato non aveva lesioni che facessero pensare a una persona in pericolo di vita e non ci furono avvisaglie del decesso». A proposito del rifiuto di cibo e cure da parte di Cucchi, la dottoressa aggiunge: «Forse era in condizioni psicologiche non ottimali. Era già agitato di suo. Potrebbe aver avvertito l’assenza della sostanza. Da cui l’atteggiamento: mangio non mangio, bevo non bevo, cure sì cure no. Il paziente non ha mai smesso del tutto di idratarsi: succhi di frutta, acqua. Un’alimentazione scarsa per due giorni non uccide». Versione che contrasta con l’opinione del ministro Giovanardi, che in un’intervista al “Giornale” ribadisce: « il ragazzo è morto disidratato perchè nessuno gli ha dato da mangiare e bere. È entrato sulle sue gambe di 42 chili, è morto che pesava 35».

Fabio Tamburrini

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