BRIGATE ROSSE, DIANA BLEFARI SI IMPICCA A REBIBBIA. UN SUICIDIO PREVEDIBILE

BRIGATE ROSSE, DIANA BLEFARI SI IMPICCA A REBIBBIA. UN SUICIDIO PREVEDIBILE

La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, in carcere per l’omicidio del professor Marco Biagi nel 2002, si è suicidata.

ROMA, 1 NOV. – Ieri sera, poche ore dopo che aver ricevuto la notifica della sentenza della Cassazione che confermava l’ergastolo, ha stracciato le lenzuola, le ha annodate con cura facendo un cappio e si è impiccata nella cella di Rebibbia.

Fonti non ufficiali confermano che negli ultimi tempi aveva cominciato a collaborare. Gli inquirenti la dovevano sentire su Massimo Papini, 34 anni, romano, arrestato un mese fa con l’accusa di partecipazione a banda armata delle Br-partito comunista combattente, indagato anche dalla Procura di Bologna per la partecipazione all’omicidio di Marco Biagi. Intanto esplode la polemica sulla detenzione, ma il capo del Dap Franco Ionta assicura: “La sistemazione in carcere era corretta”.

figlia delle nuove Br. La donna, che nel giorno dell’arresto si era dichiarata “militante rivoluzionaria del partito comunista combattente”, era l’affittuaria del covo di via Montecuccoli, un appartamento dove i terroristi responsabili della morte di Biagi e D’Antona custodivano un arsenale con 100 chili di esplosivo e l’archivio delle “Nuove Brigate Rosse”. Riconosciuta come “la compagna Maria” – che Cinzia Banelli indicò fra le staffette che seguirono il professor Biagi la sera dell’omicidio – alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell’omicidio e la partecipazione al pedinamento a Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche il file con la rivendicazione dell’omicidio.

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SITUAZIONE Borderline. All’inizio della detenzione nel carcere romano si era mostrata sicura di sé, ripercorrendo le orme della sua ‘poetessa’ Nadia Desdemone Lioce, la mente della nuova organizzazione terroristica. Ben presto però tutte le certezze si erano incrinate, lasciando spazio a un profondo stato di prostrazione psichica. Il giorno della condanna in primo grado fece a pezzi tutto quello che riuscì ad afferrare. Una scena violentissima, seguita da astenia, autoisolamento, rifiuto del cibo e dei liquidi.

Per lei trattamento sanitario obbligatorio. I medici di Rebibbia chiesero nelle scorse settimane un trattamento sanitario obbligatorio “in altra struttura più idonea”, essendo concreto, così scrissero, il pericolo di suicidio per la detenuta. L’ultima perizia psichiatrica è datata al mese di aprile. Era stata disposta per verificare la sua capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere, dopo che la terrorista aveva aggredito un agente di polizia penitenziaria.

Ieri la notifica dell’ergastolo. Dopo la condanna in primo e secondo grado la Suprema Corte, il 7 dicembre 2007, aveva annullato con rinvio la sentenza d’appello emessa nei suoi confronti sottolineando vizi di motivazione sulla sua condizione psichica. L’Appello aveva riesaminato il caso disponendo una perizia psichiatrica con la quale era stata accertata la capacità dell’imputata di stare in giudizio. L’ergastolo era quindi stato confermato il 27 ottobre, e ieri pomeriggio il verdetto le era stato notificato in cella.

Massimiliano Riverso

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