MICHELA MURGIA PARLA DEI FILL’E ANIMA E RACCONTA IL SUO STRAORDINARIO PERCORSO

MICHELA MURGIA PARLA DEI FILL’E ANIMA E RACCONTA IL SUO STRAORDINARIO PERCORSO

BOLOGNA, 6 DIC. – Al caffè Zammù la scrittrice sarda parla di Accabadora, ma anche di maternità biologica e maternità scelta, di famiglie allargate e del suo approccio alla scrittura.

All’aperitivo letterario organizzato da sardi (dell’associazione Iskida) ma non solo per sardi si è parlato di antiche usanze e di nuovi percorsi precari. Al centro dell’incontro, l’autrice Michela Murgia, trapiantata a Milano ma pronta a tornare verso l’amata isola, e il suo ultimo romanzo Accabadora. Venerdì 4 dicembre nel piccolo ma sofisticato caffè letterario Zammù, erano presenti anche i conterranei Alberto Masala, poeta, e Marcello Fois, scrittore.

La Murgia attacca con una nota polemica, dicendo che non era assolutamente d’accordo con Einaudi riguardo al titolo del libro, che ritiene «fuorviante». Accabadora è infatti la protagonista del libro che porta la “dolce morte” ai moribondi (accabai significa “interrompere” e “portare a compimento”), ma il fulcro della storia non è questa antica forma di eutanasia quanto piuttosto la maternità, o meglio «la maternità scelta». In Sardegna infatti c’è una tradizione che si perde nei secoli, e che ora si sta perdendo davvero, ed è quella dei fill’e anima: una specie di adozione in cui di solito una famiglia o una donna sola, in questo caso la sarta e accabadora, adotta un figlio da genitori poveri con molta prole, l’ultimogenita Maria del romanzo. Il bambino, tra i 9 e i 13 anni, sceglie se accettare o meno il passaggio definitivo alla nuova famiglia, «l’unico figlio a cui è stato chiesto di nascere». Di solito sono persone che si conoscono, amici o anche parenti. L’autrice ci tiene a sottolineare che non si tratta di un «sottrarre da una parte e aggiungere da un’altra, ma più un moltiplicare», in un’idea di fusione e di famiglia allargata. La Murgia parla di questa tradizione con cognizione di causa, non solo per le numerose ricerche compiute nell’archivio dei testamenti di Sassari, ma perché lei stessa è una fill’e anima.
Ha voluto portare alla ribalta questo uso, sconosciuto nel resto d’Italia, perché ne aveva abbastanza della retorica su «famiglie naturali, nuclei familiari, e istinto materno», tanto in voga in questo momento in Italia. Perciò avrebbe voluto che il titolo fosse “L’ultima madre”, ma la casa editrice Einaudi era ormai soggiogata dall’esotico Accabadora , «che ricorda un po’ Abracadabra» e che mantiene quel gusto etnico che fa tanto letteratura sarda, e che quindi «tanto piace a chi fa marketing, un po’ meno a chi fa narrativa».

Nell’aperitivo con la Murgia si è parlato anche del suo approccio insolito con la scrittura e con il mondo editoriale. Il suo primo libro, Il mondo deve sapere, nasceva da un blog, scritto di getto mentre lavorava in uno dei tantissimi call center spuntati a frotte in Sardegna negli ultimi anni: “instant writing è il nome che danno allo scazzo emotivo”. Un blog che ha attirato l’attenzione della ISBN edizioni, e che dopo la pubblicazione ha avuto una trasposizione teatrale e poi cinematografica (Tutta la vita davanti di Paolo Virzì). Ma la Murgia, che viene da una famiglia «che ha sempre lavorato con le mani, per cui l’arte è al massimo un hobby, non di sicuro un investimento per il futuro», non si è lasciata abbindolare dal mondo dei lustri letterari ed è andata a fare il portiere notturno. Se non fosse che venne contattata niente di meno che dalla Scuola Holden, l’arcinota scuola di scrittura con presidente Alessandro Baricco, per partecipare a un concorso. Le sue 5 pagine inedite non solo si aggiudicarono il premio, ma di nuovo affascinarono un editor lì presente, quello di Einaudi. Erano le prime pagine di Accabadora. Insomma un percorso fortuito, precario, che se non altro dà speranza non solo ai giovani con velleità artistiche, ma anche a tutti gli altri.

Eva Brugnettini

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