Chi custodisce i custodi? Sull’arma più controlli, rigore e severità Leciti interrogativi a cui rispondere dopo i recenti fatti di Piacenza

Prendete un vostro figlio. Portatelo per strada e cercate un modo per delinquere. Poi aprite il giornale, o lo smartphone e fate leggere la notizia di ieri. Dite al soggetto che state istruendo che questi personaggi sono carabinieri, rappresentanti dello Stato, la massima istituzione, e garanti della sua e nostra sicurezza. Infine, chiedete a vostro figlio qual è la differenza tra il delinquente di turno e questi signori, che dovrebbero preservare la società dalla delinquenza.

Si entra in un paradosso, anche questo tutto italiano: l’impossibilità di distinguere tra vittima e carnefice, tra buoni e cattivi, tra giusto ed ingiusto. Quanto successo ieri a Piacenza, al termine di un’indagine lampo, lascia aperti molti interrogativi. Su tutti, il platoniano dubbio su chi custodisce i custodi, in questo caso i carabinieri. E qui si entra in un altro paradosso tutto italiano. Per dirla con Ilaria Cucchi, è il sistema che non funziona. Non ce ne vogliano i 110mila carabinieri che ogni giorno, che siano uomini o donne, lavorano con altissimo senso delle istituzioni. A loro va il nostro più accorato ringraziamento, la nostra più profonda stima e gratitudine. Ma è tempo di fare chiarezza, una volta per tutte. Ne va del nome dell’Arma, ne va della sicurezza dei cittadini.

“Di fronte a questi fatti è veramente possibile sfuggire alla alternativa tra la generale criminalizzazione delle forze di polizia e il giustificazionismo della singola o delle poche mele marce nel cesto sano? Non facile, ma necessario. A una condizione: che si guardi in faccia e si chiami con il suo nome il potere di polizia. Potere anfibio che, in nome della legalità, vive ai confini di essa e ne determina in gran parte dei casi il significato concreto” – dice così Stefano Anastasia sulle colonne de “Il Manifesto”. Facciamo nostro il suo appello.

Che si definisca, oggettivamente, il potere di polizia. Che in alcuni casi può finire nelle mani sbagliate: dieci mele marce, e chissà quante ancora, non infangano 100.000 e più dipendenti dell’Arma, ma ci spingono a degli interrogativi cui è necessario trovare risposte. A cominciare dalla selezione stessa dei carabinieri, alle verifiche sul loro operato, sui limiti delle loro competenze. Può un appuntato, con tutto il rispetto per la figura, permettersi tutto quel che si permettevano appuntati in quel di Piacenza? No. Può abusare così del suo potere, concessogli non per grazia divina? No.

Spesso si tende a svalutare la procedura di selezione dei carabinieri, dei poliziotti e di altre figure del settore pubblico. C’è chi studia, chi fa di questo lavoro la sua missione. Queste persone vanno valorizzate. C’è anche chi, invece, si trova lì per caso, senza nemmeno il dovuto buonsenso. E c’è anche chi per un po’ di potere perde il senno e la ragione. C’è da riportare questi soggetti, che siamo sicuri non siano solo limitati alla caserma piacentina, nella giusta dimensione. Nei limiti della legge, nel rispetto dei ruoli. E delle persone, le uniche che andrebbero custodite. Ma da chi? Se, a rappresentare lo Stato, sbucano fuori anche dieci ominicchi…

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