Chiese aperte a Pasqua

Chiese aperte a Pasqua non è il titolo di un film, è il titolo di una proposta. Ragioniamo.

È una festività, la Pasqua, che nel mondo raccoglie miliardi di persone. Ed è particolarmente sentita in Italia, laddove è una sorta di simbolo della primavera, accolta sempre con gioia e positività perché annuncia, in qualche modo, la fine di una stagione e l’inizio di un’altra che arriva poi all’estate.

È una festività, la Pasqua, che forse più del Natale accomuna grandi e piccoli, giovani e anziani e che porta, da Nord a Sud, gente a muoversi e a spostarsi di continuo, per approfittare del beltempo quasi sempre caratteristico e delle giornate allungate, coi tramonti in serata.

Logicamente, in condizioni normali, le persone come sempre si muoverebbero, si sposterebbero e per naturale attrazione si riunirebbero in assembramenti, in luoghi che sarebbero affollati, al chiuso o all’aperto. In condizioni normali al momento non garantite, a causa del Coronavirus che impazza.

Aprire le chiese a Pasqua cosa significherebbe, in questo preciso momento storico? Un macello. Perché persone, magari chiuse in casa da trenta e più giorni, miste ad altre persone, fedeli e credenti, ad altre ancora che già regolarmente forzano i blocchi imposti dai DPCM del Governo, creerebbero un assembramento senza più fine. Cosa significherebbe, in una chiesa, con un virus che contagia due persone su tre, celebrare la santa messa di Pasqua? Sarebbe una soluzione o un altro, clamoroso boomerang?

Ecco, diciamo che le chiese aperte a Pasqua sarebbe un’ottima idea anche in un paese distopico come l’Italia, dove tutto è il contrario di tutto. Ma stavolta siamo arrivati davvero su altri campi. Quelli dell’assurdo, a cui forse sfugge lo stesso virus.

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