Ancora un decreto anti-virus: quanto dura l’emergenza?

Nella giornata di martedì 24 marzo, il governo ha adottato un nuovo decreto-legge per far fronte alla pandemia generata dal Coronavirus. Anzitutto si è trattato di un decreto volto a riordinare l’ormai folta normativa in materia. Per fare chiarezza, soprattutto, e provare in qualche modo a rasserenare gli animi di tutti quegli italiani, quasi la maggioranza, che hanno accolto con stupore e spiazzamento le misure adottate, in precedenza e fino a ieri, dall’Esecutivo.

Ma a spaventare di più è la data di scadenza dell’attuale decreto, fissata al prossimo 31 luglio. Una deadline che ha mandato i più nel panico. Proviamo, in questa sede, a fare chiarezza. Secondo la Legge 225/1992, esistono tre tipi di stati di emergenza. Di livello A, quando l’emergenza è comunale. Di livello B, quando l’emergenza è regionale. Di livello C, quando, come nel caso in questione, si tratta di emergenza nazionale. L’Italia ha dichiarato emergenza nazionale lo scorso 31 gennaio e, ex lege, questa dura per sei mesi. Si tratta, su per giù, dello stesso strumento giuridico che, nell’Antica Roma, portava al potere un “dictator” per gestire situazioni di estremo pericolo per l’Urbe repubblicana. Quindi, con buona pace di tutti, l’emergenza dura tanto perché lo prevede la legge. Ma ciò non significa che il virus sarà presente ininterrottamente da qui a luglio e che fino alla prossima estate dovremo stare chiusi in casa, rinunciando alla nostra quotidianità.

Sono ventinove le cosiddette “restrizioni”, o per meglio dire “regole”, contenute nel decreto-legge. Ed hanno sì validità fino al 31 luglio, giorno della fine dello stato di emergenza ma sono modificabili. In base a cosa? Secondo i ritmi del contagio: ciò significa che se, tra un mese il virus avrà colpito la metà dei contagi che ha fatto da febbraio a marzo, alcune misure saranno riviste e rimodellate. Quindi, se il virus rallenta, si potrà uscire di casa. Se il virus scompare domani, si ritorna alla normalità dopodomani. Nessuna paura, dunque, solo tanta prudenza e soprattutto pazienza. E un po’ di speranza nella riduzione di una curva di contagio che, in Italia, ha già toccato vette altissime.

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