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NUOVE RIVELAZIONI SU PAPA WOJTYLA: ERA PRONTO A DIMETTERSI DA PONTEFICE

Città del Vaticano, 27 GENN. – “Dichiaro: nel caso di infermità, che si presume inguaribile, di lunga durata, e che mi impedisca di esercitare sufficientemente le funzioni del mio ministero apostolico”, di “rinunciare al mio sacro e canonico officio, sia come Vescovo di Roma, sia come Capo della Santa Chiesa cattolica”.

Era già il 1989 quando Giovanni Paolo II chiedeva per iscritto la sua volontà di rinunciare alla missione di Papa in caso “di infermità inguaribile”: condizione, secondo il Pontefice, che impedirebbe di “esercitare sufficientemente le funzioni del ministero apostolico”.

Tale decisione fu affidata alle mani di un gruppo di cardinali che, durante la sua lunga malattia, non resero mai operative le sue dimissioni.

Le parole di dimissioni scritte da Papa Wojtyla sono l’importante contenuto di un documento, la cui pubblicazione tuttora inedita, risulta una delle rivelazioni contenute nel nuovo libro su Karol Wojtyla, “Perché è santo” Ed. Rizzoli.

Il libro è stato scritto dal postulatore della sua causa di beatificazione, Monsignor Slawomir Oder, e a cura del giornalista Saverio Gaeta.

114 sono le testimonianze delle inchieste diocesane contenute nel libro. Inoltre, sono stati resi noti i documenti emersi nella causa di beatificazione. Nel libro emergono momenti della vita del Papa poco noti: molte le mortificazioni corporali e l’autoflagellazione. I rigorosi digiuni o le notti passate coricato sul nudo pavimento (ai tempi di Cracovia) sono solo alcune delle mortificazioni corporali che Wojtyla si infliggeva. “Come hanno potuto sentire con le proprie orecchie alcuni membri del suo stretto entourage, in Polonia come in Vaticano, Karol Wojtyla si flagellava” – scrive Monsignor Oder – “Nel suo armadio in mezzo alle tonache, era appesa sull’attaccapanni una particolare cintura per i pantaloni, che lui utilizzava come frusta e che faceva portare sempre anche a Castel Gandolfo”.

Giovanni Paolo II spiega nella lettera le sue dimissioni come le orme da seguire di Paolo VI. In tal senso, confermava “di non poter rinunciare al mandato apostolico se non in presenza di un’infermità inguaribile o di un impedimento tale da ostacolare l’esercizio delle funzioni del Successore di Pietro”.

Nel libro si spiega come Giovanni Paolo II “fece studiare il tema dal punto di vista storico e teologico, consultando in particolare l’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ma alla fine si rimise alla volontà di Dio”.

Il Papa mise nelle mani del cardinale decano (prima Gantin e poi Ratzinger), oltre ai capi dicastero e al cardinale vicario (Ruini), “la facoltà di accettare e di rendere operante questa mia dimissione”. Nessuno di loro, tuttavia, operò per “dimissionare” il Papa, tanto più nell’ultimo periodo quando Giovanni Paolo II non camminava più e parlava con estrema difficoltà, a causa delle condizioni degenerative del morbo di Parkinson a cui era soggetto da molti anni. Anche nel 1994, Giovanni Paolo II scriverà una lettera “appello” rivolgendosi ai cardinali di Curia.

Nel libro, inoltre, si scrive che poco prima dell’attentato compiuto da Alì Agca il 13 maggio 1981, le Brigate Rosse avevano progettato il sequestro di Papa Wojtyla: “Qualche tempo prima dell’attentato, i Servizi segreti italiani avevano segnalato l’esistenza di un progetto di sequestro di Giovanni Paolo II da parte dei terroristi delle Brigate Rosse”.

E ancora, l’inedita “lettera aperta”, rimasta incompiuta, che Giovanni Paolo II scrisse al suo attentatore Alì Agca. Il Papa iniziò a scriverla nel settembre del 1981 – quattro mesi dopo l’attentato del 13 maggio – per la successiva udienza generale del 21 ottobre. Scrive Papa Giovanni Paolo II: “L’atto di perdono è la prima e fondamentale condizione perché noi, uomini, non siamo reciprocamente divisi e messi uno contro l’altro, come nemici. Perché cerchiamo presso Dio, che è nostro Padre, l’intesa e l’unione”.

Rita A. Cirelli

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