Soumaila Sacko, ancora nessuna giustizia per il bracciante “invisibile” Il bracciante e attivista diventato simbolo dei lavoratori sfruttati

Soumaila Sacko, il bracciante maliano ventinovenne ucciso il 2 giugno 2018 a San Calogero nel Vibonese, non ha ancora trovato giustizia.

CHI ERA SOUMAILA SACKO

Soumaila Sacko era un bracciante e un sindacalista attivista per i diritti dei lavoratori agricoli. Il 2 giugno del 2018 viene ucciso a colpi di fucile mentre cerca pezzi di lamiera nell’ex fornace “Tranquilla” di San Calogero. Soumaila viveva nella tendopoli di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro in Calabria, una baraccopoli che accoglie più di quattrocento braccianti. L’intera piana ne ospita più di 3.000 in condizioni disumane.

Non troppo lontano dalla Statale 18 c’è la vecchia fabbrica dismessa di San Calogero. Lì, una sera, Soumaila e due compagni, Madiheri Drame e Madoufoune Fofana, vanno in cerca di materiale non infiammabile. L’obiettivo è destinare quel materiale alla costruzione di case, considerati i passati incendi in cui aveva perso la vita anche una ragazza nigeriana di 26 anni.

Durante la ricerca, una Panda bianca si accosta agli uomini e spara quattro colpi di fucile: Madhieri e Madoufoune si salvano, Soumaila morirà qualche ora più tardi nell’ospedale di Reggio Calabria. L’assassino, uno dei soci dell’ex fabbrica, fugge via. Le forze dell’ordine lo trovano e incarcerano immediatamente pochi giorni dopo. A causa delle intimidazioni dei suoi familiari, gli unici testimoni Madhieri e Madoufoune sono costretti a lasciare San Ferdinando e il lavoro di braccianti nella piana.

Due giorni dopo l’omicidio, la tendopoli si mobilita. I braccianti alzano grida di protesta contro le loro condizioni e in solidarietà del loro amico: «Siamo persone, non animali, ma ci uccidono come animali».

IL BRACCIANTE INVISIBILE DIVENTA SIMBOLO DEI LAVORATORI SFRUTTATI

Soumaila, seguendo le orme del padre sindacalista, divenne attivista sindacale al fine di dare voce ai bisogni dei braccianti schiacciati dai giganti del cibo nella filiera agricola. Era impegnato nel processo di sindacalizzazione attraverso il quale si chiedeva “un uguale salario per un uguale lavoro” per tutti i braccianti, indipendentemente dal colore della pelle e dalla provenienza geografica.

Soumaila Sacko

L’ultima udienza si è tenuta lo scorso 13 maggio, quando la Corte d’Assise di Catanzaro avrebbe dovuto ascoltare un superstite ed un altro testimone, ma non è stato possibile. Così il processo è stato rinviato al 24 giugno. La sentenza, ma è solo un’ipotesi, potrebbe arrivare a fine anno, proprio in coincidenza con la rivolta degli immigrati del gennaio 2010 che fece scoprire le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori di Rosarno e degli altri paesi della Piana di Gioia Tauro. Da allora poco o nulla è cambiato.

Nulla, però, ci farà dimenticare Soumalia. Affinchè la sua morte non sia stata vana. Affinchè la sua lotta, quella di un bracciante invisibile, diventi la nostra lotta. La lotta di chi vuole dare voce a chi, nel suo nome, porta avanti la battaglia degli invisibili.

Alessandra Santoro

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