George Floyd: la morte scuote l’NBA e riaccende il dibattito sul razzismo "Non riesco a respirare": l'ennesimo caso di un afroamericano ucciso dalle forze dell'ordine

Il 25 maggio George Floyd, un afroamericano di 46 anni, è morto a Minneapolis, in Minnesota. Nel video dell’incidente si sente Floyd dire “Non riesco a respirare”.

Ma quali sono le dinamiche dell’accaduto? La polizia lo aveva fermato al 3700 di Chicago Avenue South a seguito di una chiamata per presunta contraffazione di un documento o di un assegno e, stando alla loro ricostruzione, “appariva sotto gli effetti di alcool e droga”. Secondo il racconto degli agenti, Floyd avrebbe opposto resistenza all’arresto quando gli è stato chiesto di uscire dalla sua auto. Davanti a diversi passanti che hanno iniziato a riprendere la scena, un poliziotto lo ha bloccato a terra con un ginocchio all’altezza del collo rimanendo in quella posizione con tutto il peso del corpo per diversi minuti. Nonostante le proteste dei presenti e dello stesso Floyd, che più volte si è lamentato e ha detto di non riuscire a respirare, il poliziotto non si è fermato e lo ha lasciato a terra privo di sensi.

Floyd è poi morto poco dopo in ospedale. Il sindaco di Minnapolis, Jacob Frey, ha confermato il licenziamento dei quattro poliziotti coinvolti nell’incidente. Ha poi dichiarato che la tecnica utilizzata fosse contraria alle regole del dipartimento.

LA MORTE DI GEORGE FLOYD E LE PROTESTE DELL’NBA

La morte di George Floyd ha scosso il mondo dell’NBA e ha riacceso il mai totalmente accantonato dibattito sul razzismo; “I can’t breathe” è diventato lo slogan di un’accesa protesta. Il mondo dell’NBA ha utilizzato i social per esprimere il proprio disappunto su quanto accaduto a Minneapolis. Due, in particolare, si sono fatti sentire: LeBron James e Ray Allen. LeBron ha postato sulle sue storie Instagram il video dell’episodio e poi ha pubblicato una foto: una di fianco all’altra, l’immagine del poliziotto inginocchiato sul collo di Floyd e quella di Colin Kaepernick, che nel 2016 si inginocchiò durante l’inno nazionale per protesta contro la brutalità della polizia nei confronti delle minoranze.

George Floyd

IL DIBATTITO SUL RAZZISMO

La questione è semplice e raccapricciante: negli USA i neri continuano ad essere uccisi per strada come se nulla fosse. Gli avvenimenti inquietanti sono frutto di un passato mai superato del tutto; di pregiudizi, discriminazioni ed esclusioni mai eliminati. Negli USA, e in generale in una cultura con concezioni talvolta becere e mediocri, non sono bastati cento anni per affermare l’uguaglianza e la solidarietà a livello razziale e sociale. Il cammino verso la parità è passato per la morte di Martin Luther King, per la nascita del Black Power e l’ascesa di Malcolm X.

La storia più recente lo conferma: Eric Garner, Rodney King, Michael Brown, Freddie Gray e molti altri esempi. Diversi studi, ricerche e statistiche lo hanno ribadito: negli Stati Uniti gli uomini neri vengono trattati in modo diverso quando hanno a che fare con le forze dell’ordine (che, per il 90% sono composte da bianchi); è, cioè, molto più facile che vengano perquisiti, ammanettati, intimiditi, percossi o perfino uccisi, anche quando non sono armati o si dimostrano collaborativi. Non sono bastate le numerose proteste, nè l’Affirmative Act, nè l’elezione di Barack Obama che sembrava aver smosso le acque. Ancora oggi i neri soffrono un razzismo crudele che li rende vittime di pregiudizi e violenze.

I diritti di George Floyd e di molte altre persone sono stati calpestati. Tali ingiustizie e queste tragiche uccisioni, spesso perpetrate da parte di membri delle forze dell’ordine che dovrebbero garantire la civiltà, la parità e il rispetto della legge, e il fatto che tali episodi talvolta restino impuniti, fa emergere ancora una volta una triste e sconfortante realtà: la strada per la sconfitta definitiva del razzismo, negli USA e nel mondo, è ancora molto lunga.

 

Alessandra Santoro

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