La storia di Nizar Trabelsi, da attaccante a terrorista Nizar Trabelsi: da promessa del calcio della Bundesliga a terrorista della Jihad

Nizar Trabelsi

Complicata, triste, a tratti inquietante. È la storia di Nizar Trabelsi, che da giovane promessa del calcio è finito per diventare un pericoloso esponente del terrorismo di matrice islamica.

NIZAR TRABELSI, LA STORIA

Non è stato fortunato, Nizar. La sua carriera non è stata fortunata e felice. Da giovanissimo si trasferisce in Belgio, allo Standard Liegi, dopo che un osservatore lo aveva notato con la maglia delle nazionali giovanili della Tunisia. Un anno soltanto in Pro League e subito arriva la chiamata dalla Bundesliga, da parte del Fortuna Düsseldorf. Arrivato al punto più alto della sua carriera, inizia il precipizio. Nel giro di qualche stagione scende di categoria, fino a ritrovarsi nel Neuss, nei campionati regionali, con seri problemi di alcool e droga, finché viene addirittura sorpreso da un controllo antidoping. La carriera di Trabelsi da calciatore finisce così.

La spinta decisiva verso il baratro, però, è scatenata da un incontro: quello con La spinta definitiva, però, gliela dà un incontro: quello con Tarek Maaroufi.

IL TERRORISMO E L’INCONTRO CON BIN LADEN

Maaroufi lo introdusse ad alcuni personaggi come Abou Qatada e Abou Hamza, che in seguito l’Fbi segnalò come intermediari dell’organizzazione Al Qaeda in Europa. Continui viaggi e pellegrinaggi in giro per il nord Africa e il Medio Oriente lo portarono poi a prendere una decisione definitiva: trasferirsi in Afghanistan. Lì conobbe Bin Laden che, secondo una testimonianza dello stesso Trabelsi durante il processo, gli disse di chiamarlo “papà” e di “affidarsi a lui per qualsiasi cosa”. Il resto è cronaca.

Nizar Trabelsi

L’ARRESTO E L’ESTRADAZIONE

Le autorità arrestarono Nizar Trabalsi il 13 settembre 2001 in Belgio, due giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, con l’accusa di preparare un atentato contro la base americana di Kleine-Brogle. Quando la polizia belga ha fatto irruzione in casa sua non l’ha riconosciuto: la barba lunga, i vestiti larghi. Di fronte agli agenti non c’era una promessa del calcio, c’era un terrorista. Nel 2003 viene condannato a 10 anni di prigione. Nel 2013 il punto che ha riportato la vicenda d’attualità: gli Stati Uniti ottengono l’estradizione del tunisino e tramutano la condanna in ergastolo. Trabelsi non ci sta. Scrive alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Afferma che quella sentenza calpesta la sua dignità e i suoi diritti fondamentali. La Corte gli dà ragione e condanna il Belgio, che aveva dato il via libera all’estradizione, a risarcire Trabelsi con 90mila euro fra danni morali e spese legali. Qualche mese dopo, però, il Tribunale di Strasburgo affermerà un’altra verità rigettando il suo ricorso contro il Belgio per averlo estradato negli Stati Uniti.

Arriva così il triplice fischio di questa dolorosa partita senza supplementari, senza possibilità di ritorno.

 

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