Sondaggio: Laurea, titolo necessario o perdita di tempo?

BOLOGNA, 14 NOVEMBRELaurea, titolo necessario o perdita di tempo? Una volta diventare “dottori” era sinonimo di occupazione garantita, carriera e stipendio buono. Con il plus di fare un lavoro gratificante e corrispondente al percorso di studi. Oggi è ancora così? L’università italiana riesce a soddisfare le esigenze del mercato del lavoro? E soprattutto, è in grado di affrontare questa terribile crisi economica sfornando laureati con reali opportunità professionali e non, invece, un esercito di disoccupati, sempre più precari e arrabbiati?

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Tesionline, il sito di riferimento per laureandi e laureati dove è possibile archiviare e consultare tesi di laurea, master e dottorato, creare un profilo utile alle aziende e trovare i contatti per il lavoro giusto, ha chiesto ai laureati italiani cosa si aspettano, professionalmente parlando, dopo la laurea: lavoreranno nel settore per cui hanno studiato oppure andranno a fare tutt’altro, magari in un ambito che non c’entra nulla con il proprio percorso accademico o persino qualcosa di poco qualificato per cui la laurea non è neppure richiesta?

Al sondaggio hanno partecipato oltre 12 mila laureati, segno che l’argomento prende e che i giovani hanno bisogno di discutere e far sentire la propria voce. La maggioranza di chi ha votato non è ottimista: il 42,6% ha risposto che probabilmente non lavorerà nel settore per cui ha studiato oppure fa già un lavoro diverso da quello immaginato. Moltissimi invece non sanno esprimersi (26,3%), forse perché freschi di titolo e ancora troppo inesperti oppure alle primissime esperienze professionali, quando ancora si crede (giustamente) di cominciare a fare qualche esperienza per poi tentare la carriera desiderata. Solo il 31,1%, invece, crede che la laurea gli apra le porte al lavoro consono a ciò che ha studiato. Questo vale molto di più, evidentemente, per alcuni specifici percorsi universitari: chi ha fatto Medicina probabilmente diventerà medico, mentre chi si è laureato in Lettere non necessariamente andrà ad insegnare italiano.

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E c’è di più: non solo tantissimi laureati dovranno accontentarsi di un lavoro qualitativamente inferiore al proprio titolo, ma ci metteranno pure tantissimo ad ammortizzare l’investimento in denaro fatto per arrivare alla laurea. Secondo la maggior parte di loro (35%) per recuperare quanto hanno speso ci vorranno più di cinque anni. Da due a tre anni, dice il 29,5%, e persino più di dieci per una fetta enorme dei laureati (20,9%). Solo pochi 14,5%) pensano di riuscire a cavarsela in un periodo di tempo che va da sei mesi a un anno.

Dati significativi, che indicano chiaramente una sfiducia generale nei confronti di un’Italia che arranca e che è sempre meno in grado di offrire opportunità valide ai suoi migliori talenti. Giovani laureati che il nostro Paese si lascia portare via, compromettendo sempre di più la sua crescita e la sua credibiltà internazionale.

CS BN

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