REATI DI OPINIONE: LA LEGGE REPRIME LA LIBERTÀ DI PENSIERO

REATI DI OPINIONE: LA LEGGE REPRIME LA LIBERTÀ DI PENSIERO

BOLOGNA, 29 MARZO – Prendendo spunto dai recenti fatti di cronaca nazionale, si può notare quanto poco sia legittimata la libertà di opinione. Basti pensare a quattro episodi avvenuti nell’ultima settimana. Primo fra tutti, la condanna da parte della Cassazione di un sindacalista Cisl per aver affermato, durante un’intervista, che “questo non è un lavoro per donne”. Opinione che, senza dubbio, offende me personalmente e l’intera categoria femminile, ma che in ogni caso resta semplicemente un’opinione e nulla più. Il secondo episodio, che parte sempre gli organi della magistratura, è la condanna di un uomo che avrebbe dato del “gay” a un omosessuale. Il tono con cui è stata espressa l’opinione, secondo l’accusa, si prospetterebbe non come battuta infelice ma come effettivo reato.

Altri due episodi riguardano da molto vicino l’ordine dei giornalisti. Vittorio Feltri, direttore del Giornale, è stato sospeso dall’albo professionale per aver pubblicato, oltre a indiscrezioni sul presidente della Camera Gianfranco Fini, informazioni false e falsamente attribuite al Tribunale di Terni in merito al caso di Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, accusato di molestie telefoniche dalla moglie del suo amante segreto. Le opinioni espresse dal Giornale e da Feltri, che siano condivise o meno, sono da mettere però in secondo piano rispetto alla notizia in sé, e cioè che Boffo fu realmente condannato per molestie.

Sempre lo stesso quotidiano è al centro di un’altra probabile condanna per il titolo in prima pagina “I negri hanno ragione”, risalente al periodo degli scontri di Rosarno. Ammesso e non concesso che il termine “negro” possa suonare denigratorio (tra noi, ma non per loro), non si può nascondere che è il termine più usato in assoluto per indicare queste persone. Non nascondiamoci dietro i finti perbenismi, storcendo il naso a sentirli chiamare così perché è meglio usare l’epiteto “di colore”, che a mio avviso suona più offensivo dell’altro termine.

Ora, tenendo anche conto che proprio agli organi della magistratura e all’ordine dei giornalisti viene imputata la colpa di minacciare la libertà, da parte del Parlamento e del governo, mi sembra pure inaccettabile che in un Paese “libero”, civile e democratico, vengano perseguiti dei reati di opinione. Che non sono, poi, soltanto quelli più attuali contro religioni, razze e orientamenti sessuali diversi, ma anche quelli che, rivangando nel passato, tirano fuori elucubrazioni su stermini e massacri attuati in nome di fedi o dittature, sull’entità delle vittime e sulle responsabilità storiche degli avvenimenti.

Quello che dovrebbe veramente, oggi, preoccupare gli italiani è la pericolosa velocità con cui la sfera del cosiddetto reato di opinione si sta allargando: tutto ciò non avviene per colpa del governo, piuttosto per responsabilità di chi il diritto d’opinione dovrebbe difenderlo e garantirlo: giornalisti e magistrati. Già siamo schiavi del politically correct, che impone limitazioni sul linguaggio e sul modo di esprimere ideologie ed opinioni diverse da quelle della corrente politica dominante, emarginando e mortificando i dissidenti. Ma ora che il politically correct viene riconosciuto e imposto dalla legge, in nome della quale si arriva a punire e sanzionare chi si arroga questo diritto di opinione, c’è da iniziare a tremare. Cosa succederà quando, oltre a magistrati e giornalisti, questa febbre investirà anche gli organi più autorevoli del nostro governo?

Mara Monfregola

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