CASO UVA: NUOVI RISVOLTI, NUOVE RIVELAZIONI E LA DONNA FANTASMA

CASO UVA: NUOVI RISVOLTI, NUOVE RIVELAZIONI E LA DONNA FANTASMA

VARESE, 22 MAR — Nuovi risvolti del caso, nuove rivelazioni, tanto da dover riaprire le indagini.  Giuseppe Uva non aveva mai avuto guai con la giustizia, non soffriva di disturbi mentali. La sera in cui viene fermato dai carabinieri e dopo cui morirà misteriosamente, uno dei militari dimostra di conoscerlo bene e di avere qualche conto in sospeso con lui.

«Beppe aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere»: a rivelarlo è Alberto Biggiogero, l’amico che la sera del 13 giugno 2008 viene fermato con  Beppe per schiamazzi notturni. «Me l’aveva detto un po’ di tempo prima di morire — ricorda Alberto —. Non so chi fosse questa donna né chi fosse il marito, ma Beppe mi aveva detto “un carabiniere mi ha promesso che mi farà cantare l’Ave Maria, come a dire che me la farà pagare”». Stando alla denuncia che lo stesso Biggiogero presenta alla procura di Varese è esattamente quanto accade quella tragica sera: «Un carabiniere si avvicinava a noi con sguardo stravolto— mette a verbale Alberto — urlando “Uva, proprio te cercavo, questa notte te la faccio pagare!”». «Che ci fosse stata uno screzio per questioni di donne tra mio fratello e dei carabinieri risulta anche me— dice Lucia, la sorella di Beppe — ma non so dire chi. Di sicuro mio fratello non era mai stato arrestato prima di quella sera».

RIAPRIRE IL CASO. Aggiunge la sua testimonianza l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia: «La circostanza è stata riferita anche a me, è indubbiamente suggestiva ma difficile da provare: sarebbe stato necessario visionare i tabulati del telefonino di Uva, il traffico delle chiamate; ma ormai è passato troppo tempo. Già in settimana chiederemo comunque nuove indagini alla procura di Varese». Della presunta relazione tra la vittima e la moglie di un militare non c’è traccia nelle carte dell’inchiesta. L’inchiesta o perlomeno i primi verbali escludono il pestaggio in caserma e attribuiscono la responsabilità della morte a due medici dell’ospedale di Varese che iniettano a Uva, portato lì in stato di ebbrezza e di agitazione, farmaci incompatibili con l’alcool. I referti non parlano invece delle ecchimosi e dei lividi riscontrati successivamente sul cadavere; anzi al suo arrivo al pronto soccorso Beppe viene classificato come paziente in «codice verde» (vale a dire non grave) e i segni sul suo corpo sono giudicati guaribili in 7 giorni. Agli atti c’è l’interrogatorio di un agente di polizia intervenuto quella sera secondo il quale Beppe si procurò da solo le ferite: «Ho sentito Uva lamentarsi di essere stato picchiato dai carabinieri… ma tirava pugni e calci contro un armadio… quando gli abbiamo tolto le manette aveva i polsi viola in quanto dimenandosi ne aveva provocato il restringimento… ha anche sbattuto violentemente la nuca contro la parete sotto gli occhi di tutti i presenti… venuto a sapere che sarebbe stato portato in ospedale… si è scagliato contro la porta di vetro antisfondamento con il volto».

Stefania Carboni

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