VARESE: MUORE DOPO ESSER TRATTENUTO IN CASERMA, OMBRE SUL CASO GIUSEPPE UVA

VARESE: MUORE DOPO ESSER TRATTENUTO IN CASERMA, OMBRE SUL CASO GIUSEPPE UVA

VARESE, 22 MAR. – “Lo stanno massacrando” . Queste sono, a voce bassa, le parole dell’amico di Giuseppe Uva , Alberto Bigiogero, fermato con lui e portato nella Caserma dei Carabinieri di Varese, alle 3 del mattino del 14 giugno 2008. I due amici, ubriachi, vengono separati, Bigiogero resta nella sala d’attesa controllato a vista. Da lì, per un lunghissimo lasso di tempo, sente chiaramente le urla di Uva provenienti da un’altra stanza. Grida ai presenti di smettere di “massacrarlo” e viene minacciato di subire la stessa sorte. Verso le 4, approfittando degli attimi in cui viene lasciato solo, chiama con il proprio cellulare il 118.L’operatore ricevuta la segnalazione chiama a sua volta in caserma per chiedere conferma per l’arrivo dell’autoambulanza. Ma le autorità rispondono: “No guardi, sono due ubriachi che abbiamo qui – risponde un militare – ora gli togliamo i cellulari. Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi”. Invece alle 5 del mattino da via Saffi parte la richiesta di Trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, Giuseppe, viene poi trasferito al reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, mentre il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici – gli unici indagati nel caso- gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso, perché incompatibili con l’elevato tasso d’alcool nel corpo del ragazzo .

CHI VUOLE CHIAREZZA? – Luigi Manconi, presidente di “A buon diritto” ed ex sottosegretario alla Giustizia denuncia: “Un caso limpido di diritti violati nell’indifferenza più totale. Infatti, per quanto accaduto all’interno della caserma si sta procedendo ancora contro ignoti”. L’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha denunciato l’omertà su casi come quelli di Aldrovandi e Cucchi, dichiara: “Al di là dei primi interrogatori nei giorni successivi di poliziotti e carabinieri, non è stato più sentito nessuno”.

STRANI SEGNI – Particolari inquietanti erano presenti sul corpo di Giuseppe: indumenti sporchi di sangue, ecchimosi sul volto e su altre parti del corpo, le macchie rosse tra pube e ano. E l’anomalia della presenza sia di poliziotti e carabinieri, contemporaneamente, la stessa notte, nella caserma di Via Saffi. La notizia data su Sky riporta anche l’altra versione delle autorità, che affermano che Uva continuava a dare in escandescenza, si “picchiava da solo”, tant’è che poi alla fine in caserma si sono trovati a dover chiamare il 118.

LE TESTIMONIANZE SUL BLOG DI GRILLO – Va più a fondo il Blog di Beppe Grillo che riporta le interviste dell’amico e delle sorelle.

“Ero in compagnia di Giuseppe Uva, la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 quando, un po’ euforici, abbiamo transennato una via di Varese deviando praticamente il traffico lì nel centro di Varese. Quando siamo stati fermati da una gazzella dei Carabinieri il signor Uva è stato scaraventato per terra e poi, in un secondo tempo, è stato scaraventato dentro l’auto e preso a pugni, io sono stato scaraventato dentro una pattuglia della Polizia, dentro una volante della Polizia, siamo stati portati nella caserma di Via Saffi a Varese. Un carabiniere in particolar modo l’ha massacrato di botte in caserma insieme ai suoi colleghi e mi dicevano: “dopo arriva anche il tuo turno”. Al che, quando finalmente mi sono trovato da solo, ho chiamato il 118 implorandolo di venire in soccorso, perché un mio amico veniva massacrato, mi hanno detto che in caserma non potevano intervenire, è arrivato un soggetto con dei tratti asiatici, sembrava quasi cinese, con una borsa forse da medico e da lì il mio amico Beppe ha smesso di gridare: questo mi ha fatto sentire veramente sollevato come non mai, perché ho pensato che hanno smesso di pestarlo.”

Queste le parole di Carmela Uva, la sorella di Giuseppe, al suo arrivo in ospedale: “quando siamo entrati in quella stanza guardi, una roba… non ci sembrava neanche nostro fratello: aveva la testa con sotto quattro cuscini, aveva un lenzuolo, era coperto da un lenzuolo, una flebo e russava in un modo che praticamente non era russare, perché lì c’era qualcosa che lui.. ormai lo stava lavorando la morte.” Alle 11.00 il decesso. Le sorelle Carmela e Lucia chiedono giustizia, chiedono di sapere la verità, in un caso, che ha ancora molte ombre e nessun colpevole.

Stefania Carboni

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