BOLOGNA, A VENT’ANNI DALLA MORTE DI BERGAMINI ANCORA NESSUNO CREDE AL SUO SUICIDIO
BOLOGNA, 15 NOV. – Il gioco non si ferma mai. Qualunque cosa accada. E’ in base a questa logica che spesso accadono vicende che rimangono avvolte dal mistero, dal dubbio e da sospetti.
Un mondo nato attorno ad un gioco, quello del calcio, è diventato uno dei più brutti, pericolosi e incivili. Troppi interessi sono in gioco, capitali investiti, società quotate in borsa, impegni da rispettare che non sempre sono connessi all’allegria che il pallone dovrebbe invece riuscire a trasmettere.
Nella storia recente del calcio italiano c’è un dramma che è rimasto senza verità . E’ la morte violenta di Donato Bergamini, centrocampista del Cosenza calcio (serie B), trovato cadavere davanti alle ruote di un camion la sera del 18 novembre 1989.
Amici e famigliari lo chiamavano Denis, era giovane, aveva 27 anni, emiliano, e giocava a Cosenza da cinque anni.
La sua morte fu archiviata come suicidio dopo un’indagine più che superficiale, durante la quale il camion coinvolto nel presunto suicidio non fu mai posto sotto sequestro. Sul corpo non venne effettuata alcuna autopsia, e gli abiti che aveva indosso sparirono. Le testimonianze riguardo l’accaduto vennero considerate ambigue e contraddittorie e così non furono mai valutate e prese in considerazione.
Incompetenza nel trattare il caso o un mistero da tenere nascosto?
A quanto pare tutto doveva essere dimenticato al più presto, soprattutto le voci che parlavano di un giro di droga, di scommesse clandestine, di partite comprate e vendute e di criminalità organizzata, dovevano essere le prime ad essere soffocate. È evidente che non doveva essere scoperto troppo su quello che all’epoca stava accadendo.
Ma a detta di amici e parenti, di Bergamini si ha il ritratto di un ragazzo che amava il calcio, di un professionista serio e appassionato, anima della sua squadra, troppo ingenuo e pulito perché qualcuno dei suoi compagni potesse pensare di coinvolgerlo in un giro di partite truccate.
Risulta evidente, da una serie di fatti quanto meno insoliti quindi che Denis non può essersi suicidato, e tutti si domandano cosa possa essere realmente accaduto.
Le interviste al padre del calciatore, Domizio, al compagno di squadra Michele Padovano e al massaggiatore del Cosenza calcio Giuseppe Maltese, non riescono a far luce sui dubbi che tutta la vicenda fa sorgere.
“Io credo che fosse ricattato, e che sia stato ucciso per faccende di droga”, dichiara Maltese.
“Negli ultimi tempi Denis era diventato molto chiuso, non parlava con nessuno dei suoi problemi”, sono le parole di Padovano.
E il padre è certo che “Denis era stato messo sulla Statale Jonica già cadavere” anche perché “i due funzionari della Questura [che] hanno fatto una specie di inchiesta segreta […] sono stati trasferiti, mandati via dalla Questura di Cosenza”. E oggi a vent’anni dalla morte del ragazzo, imperterrito dichiara: “mio figlio non si è suicidato,queste cose succedono solo in Calabria o quando di mezzo ci sono calabresi. Me lo hanno ucciso”.
La dichiarazione di Domizio Bergamini appare oggi in uno speciale di due pagine del “Quotidiano della Calabria” che ricostruisce la figura, non solo calcistica, di Denis Bergamini. In particolare, di rilievo è l’intervista al padre Domizio, “Mio figlio – dice – non si è suicidato e poi bastava guardare il corpo dopo il decesso”.
Non è convinto del suicidio neanche Gianni Di Marzio, che traghettò il Cosenza in serie B una stagione prima della morte di Bergamini.
Un mistero, quindi, che probabilmente non verrà mai risolto, che non può che aggiungersi a mille altri, frutto di un sistema perverso in cui contano soltanto lo show e i miliardi.
Valentina De Gregorio